Introduzione
Nel corso della vita possiamo attraversare esperienze che mettono profondamente alla prova il nostro equilibrio: una perdita, una separazione, una malattia, un cambiamento improvviso, un periodo di forte stress, un trauma o una relazione dolorosa. Ogni persona però di fronte alle difficoltà reagisce in modo diverso. Alcune persone riescono a mantenere una certa stabilità anche in condizioni molto impegnative; altre attraversano una fase di intensa sofferenza e, nel tempo, recuperano gradualmente il proprio equilibrio. In altri casi, invece, le conseguenze di ciò che è accaduto possono persistere più a lungo e rendere necessario un sostegno psicologico. È proprio in questo spazio che si colloca il concetto di resilienza psicologica.
Nel linguaggio comune, essere resilienti viene spesso associato alla capacità di essere forti, di non lasciarsi abbattere dagli eventi o di rialzarsi rapidamente dopo una difficoltà. La ricerca psicologica propone invece una prospettiva più complessa: la resilienza non significa non soffrire, non essere vulnerabili o riuscire a fare tutto da soli.
Una persona può avere paura, sentirsi fragile, attraversare momenti di sconforto e avere bisogno degli altri e, allo stesso tempo, possedere o sviluppare risorse che le permettono di adattarsi a ciò che sta vivendo.
La resilienza, inoltre, non è una caratteristica immutabile della personalità. Può cambiare nel corso della vita e dipende dall’interazione tra caratteristiche individuali, esperienze, relazioni, condizioni ambientali e risorse disponibili. Per questo motivo, parlare di persone semplicemente “resilienti” e “non resilienti” rischia di essere fuorviante. (Masten, 2001; Masten, 2019; Kalisch et al., 2017)
Comprendere questo aspetto è importante anche per evitare che la resilienza diventi una nuova forma di responsabilizzazione individuale. Se una persona continua a soffrire dopo un trauma, una perdita o un periodo prolungato di stress, non significa necessariamente che le manchi la forza o che non abbia sviluppato abbastanza resilienza.
A volte ciò che serve non è imparare a sopportare di più, ma poter contare su maggiore sicurezza, relazioni affidabili, condizioni di vita più favorevoli e, quando necessario, un percorso psicologico.
Che cos’è la resilienza psicologica?
In psicologia, la resilienza può essere descritta in termini generali come la capacità di un sistema di adattarsi con successo a condizioni avverse che minacciano il suo funzionamento, la sua stabilità o il suo sviluppo. Applicata alla persona, riguarda quindi la possibilità di mantenere o recuperare un funzionamento sufficientemente adeguato di fronte alle difficoltà. (Masten, 2019) Questo significa che la resilienza non coincide semplicemente con la capacità di “resistere”. La resilienza, invece, implica anche la possibilità di modificare il proprio modo di affrontare una situazione, utilizzare le risorse disponibili, chiedere aiuto, adattarsi a nuove condizioni e recuperare dopo una fase di destabilizzazione.
La ricerca contemporanea tende infatti a considerare la resilienza soprattutto come un processo dinamico, osservabile nel tempo, piuttosto che come un tratto stabile della personalità. Le risorse di cui disponiamo possono cambiare, così come possono cambiare le richieste dell’ambiente. (Kalisch et al., 2017; Masten, 2019)
Una persona può, per esempio, affrontare con buona capacità di adattamento un cambiamento professionale e sentirsi invece profondamente destabilizzata da una separazione. Può attraversare una fase di grande vulnerabilità e successivamente recuperare capacità di regolazione grazie a nuove esperienze, a una relazione significativa, a condizioni di vita più favorevoli o a un percorso psicoterapeutico.Per questo la resilienza non è qualcosa che una persona possiede una volta per tutte.
Resilienza non significa non soffrire
Uno dei principali equivoci riguarda proprio il rapporto tra resilienza e sofferenza. Essere resilienti non significa non avere paura, non piangere, non sentirsi destabilizzati o riuscire a mantenere sempre un atteggiamento positivo.
Una reazione emotiva intensa può essere del tutto comprensibile di fronte a un’esperienza difficile. Il dolore non è necessariamente il segno che qualcosa non sta funzionando.
La resilienza riguarda piuttosto ciò che accade nel tempo: la possibilità di utilizzare le risorse disponibili, modificare strategie che non sono più efficaci, recuperare gradualmente un senso di sicurezza e tornare, quando possibile, a investire nella propria vita.
Secondo questa prospettiva, anche chiedere aiuto può quindi essere una forma di resilienza. Riconoscere di non riuscire a gestire una situazione da soli e cercare sostegno non significa necessariamente essere deboli. Può significare, al contrario, riconoscere realisticamente i propri limiti e utilizzare le risorse che sono disponibili. La resilienza non richiede quindi di essere invulnerabili. Richiede piuttosto la possibilità di adattarsi senza dover negare ciò che si prova.
Resilienza, recupero e crescita post-traumatica: tre concetti diversi
Quando si parla di capacità di affrontare le difficoltà, termini come resilienza, recupero e crescita post-traumatica vengono talvolta utilizzati come se fossero sinonimi. Non lo sono e ora proviamo a fare una breve introduzione di tutti e tre questi termini.
Resilienza
La resilienza descrive, in senso generale, la possibilità di mantenere un funzionamento relativamente stabile o di adattarsi a un’avversità senza sviluppare necessariamente una compromissione persistente. Questo non significa che la persona non soffra. Può sentirsi triste, spaventata, arrabbiata o disorientata e continuare comunque, nel tempo, a prendersi cura di sé, mantenere alcune relazioni o svolgere le proprie attività.
Recupero
Il recupero descrive una traiettoria differente. In questo caso un’esperienza avversa produce inizialmente una significativa destabilizzazione, seguita successivamente da un miglioramento. Una persona può, per esempio, attraversare dopo una perdita un periodo di intensa sofferenza, avere difficoltà a concentrarsi, isolarsi o perdere interesse per molte attività e, nel tempo, recuperare progressivamente il proprio equilibrio. ll fatto di aver sofferto molto all’inizio non significa che quella persona sia stata “meno resiliente”. Ha seguito una traiettoria di recupero.
Crescita post-traumatica
La crescita post-traumatica rappresenta un fenomeno ancora diverso. Si riferisce alla possibilità che, nel confronto con una crisi o un’esperienza profondamente destabilizzante, alcune persone riferiscano cambiamenti positivi nel modo di percepire se stesse, le proprie relazioni, le proprie priorità o la propria vita. (Tedeschi & Calhoun, 2004)
Può riguardare, per esempio, una maggiore consapevolezza delle proprie risorse, una diversa percezione delle relazioni, una maggiore attenzione a ciò che viene considerato importante o un nuovo senso di significato.
Ma è fondamentale una precisazione: la crescita post-traumatica non è un esito obbligatorio del trauma.
Non tutte le persone sperimentano una crescita dopo un’esperienza dolorosa e la sua assenza non significa aver elaborato male ciò che è accaduto. Inoltre, riferire alcuni cambiamenti positivi non significa che il trauma sia stato “utile” o necessario.
Resilienza, recupero e crescita possono quindi coesistere, ma non coincidono.
Le diverse traiettorie dopo un evento avverso
Una delle acquisizioni più importanti della ricerca sulla resilienza riguarda proprio la varietà delle risposte umane.
Dopo un evento potenzialmente traumatico o un periodo di forte avversità, alcune persone mantengono un funzionamento relativamente stabile. Altre attraversano una fase di intensa sofferenza e successivamente recuperano. Per altre ancora, le difficoltà possono persistere o manifestarsi più chiaramente solo in un secondo momento. (Bonanno, 2004; Bonanno & Mancini, 2012)
Queste traiettorie non devono essere considerate categorie rigide o diagnosi. Sono piuttosto modi per descrivere la variabilità con cui le persone possono reagire nel tempo.
Una traiettoria relativamente resiliente
In alcune persone l’esperienza avversa produce un impatto psicologico relativamente contenuto. Possono esserci paura, tristezza, rabbia o momenti di difficoltà, ma il funzionamento generale rimane sufficientemente stabile. La persona continua, per esempio, a mantenere alcune relazioni, svolgere le attività quotidiane e utilizzare le proprie risorse. Questo non significa che l’evento non sia stato importante. Significa che il suo impatto non determina necessariamente una compromissione significativa e persistente del funzionamento.
Una traiettoria di recupero
In altri casi l’esperienza produce inizialmente una risposta molto intensa. Possono comparire ansia, insonnia, tristezza, irritabilità, difficoltà di concentrazione, isolamento o perdita di interesse. Con il tempo, tuttavia, la persona può recuperare gradualmente il proprio equilibrio. Questa traiettoria è importante perché ci ricorda che una fase di forte sofferenza non equivale a un fallimento della resilienza.
Una traiettoria di difficoltà persistente
Per alcune persone le conseguenze dell’avversità possono invece mantenersi nel tempo e interferire significativamente con la vita quotidiana, il lavoro, le relazioni o la capacità di prendersi cura di sé. In queste situazioni può essere utile un intervento psicologico o psicoterapeutico.
La persistenza della sofferenza non rappresenta però un fallimento personale. Può indicare che l’esperienza ha superato le risorse disponibili in quel momento o che sono presenti condizioni che continuano a mantenere la difficoltà.
Una risposta che cambia nel tempo
È inoltre possibile che una persona sembri funzionare relativamente bene subito dopo un evento e sviluppi difficoltà successivamente. Durante una fase di emergenza, per esempio, può concentrarsi soprattutto sugli aspetti pratici: occuparsi della famiglia, organizzare la quotidianità, risolvere problemi urgenti. Quando la situazione diventa più stabile, possono emergere emozioni o reazioni che prima non avevano trovato spazio. Per questo una fotografia del funzionamento in un singolo momento non è sufficiente a comprendere la resilienza.
La resilienza è una storia che si sviluppa nel tempo, non un’etichetta da attribuire a una persona.
La resilienza non dipende soltanto dalla persona
Quando pensiamo alla resilienza, è facile immaginarla come qualcosa che si trova principalmente “dentro” l’individuo: forza interiore, carattere, ottimismo, autocontrollo o capacità di reagire. Queste caratteristiche possono avere un ruolo, ma non spiegano da sole la complessità dell’adattamento. La resilienza nasce anche dall’interazione tra la persona e il contesto in cui vive.
Una relazione affidabile, una rete sociale sufficientemente sicura, un ambiente di lavoro sostenibile, condizioni economiche meno precarie, la possibilità di accedere alle cure e una quotidianità relativamente prevedibile possono diventare importanti risorse protettive. La prospettiva contemporanea considera infatti la resilienza come un fenomeno che coinvolge più livelli: individuale, relazionale, sociale e ambientale. (Masten, 2019; Ungar & Theron, 2020).
Questo cambia profondamente il significato della parola “resilienza”. Immaginiamo due persone che attraversano una difficoltà simile, ma in condizioni molto diverse. Una dispone di una casa sicura, persone di fiducia, una situazione economica sufficientemente stabile e la possibilità di ricevere aiuto. L’altra vive in una condizione di isolamento, precarietà o conflitto continuo.
Chiedere a entrambe di “essere resilienti” nello stesso modo significherebbe ignorare una parte fondamentale del problema.
A volte, per stare meglio, non è sufficiente modificare il proprio modo di pensare.
Può essere necessario modificare una situazione, stabilire dei confini, interrompere un’esposizione dannosa o costruire condizioni di maggiore sicurezza.
La resilienza non è quindi la capacità di adattarsi indefinitamente a qualsiasi ambiente.
I fattori che possono favorire la resilienza
Non esiste una lista di ingredienti che garantisca automaticamente la resilienza. Esistono però alcune risorse che possono favorire l’adattamento, soprattutto quando vengono considerate all’interno della storia e del contesto della persona.
Relazioni affidabili
Poter contare su qualcuno, sentirsi ascoltati, ricevere sostegno pratico e sapere di poter chiedere aiuto può ridurre il senso di isolamento. Non conta soltanto il numero delle persone presenti nella propria vita. È soprattutto la qualità delle relazioni a fare la differenza.
Regolazione emotiva
Riconoscere ciò che si prova e riuscire, almeno in parte, a modulare le proprie reazioni può aiutare ad affrontare situazioni difficili.Regolare un’emozione non significa eliminarla. Significa poterla attraversare senza che determini automaticamente ogni comportamento.
Flessibilità psicologica
Una risorsa importante consiste nella capacità di cambiare strategia quando quella utilizzata fino a quel momento non funziona più. A volte è necessario agire. Altre volte fermarsi. In alcune situazioni è utile affrontare una paura; in altre è necessario proteggersi.
La flessibilità consiste anche nel poter distinguere queste situazioni.
Percezione di poter agire
Sentire di poter influenzare almeno alcuni aspetti della propria vita può favorire l’adattamento. Non significa avere il controllo su tutto.
Significa riuscire a individuare quali possibilità di azione sono realmente disponibili: porre un limite, chiedere aiuto, prendere una decisione, modificare una routine o iniziare un percorso di cura.
Routine e prevedibilità
Durante i periodi di crisi, alcune strutture quotidiane possono diventare importanti. Sonno regolare, pasti, movimento, attività lavorative o di studio e momenti di relazione possono offrire una certa prevedibilità quando altre parti della vita sono diventate instabili.
Non è necessario trasformare la quotidianità in un insieme rigido di regole. Le routine possono essere utili proprio perché riducono il numero di decisioni da prendere quando le risorse sono già sotto pressione.
Autocompassione
Di fronte alla sofferenza, alcune persone reagiscono con una forte autocritica: “Avrei dovuto essere più forte.” “Gli altri ce la fanno, io no.” “Non dovrei stare ancora così.” Questo tipo di giudizio può aggiungere sofferenza alla sofferenza.
L’autocompassione non significa rinunciare a cambiare o giustificare qualsiasi comportamento. Significa riuscire a riconoscere la propria difficoltà senza trasformarla automaticamente in una colpa personale.
Significato e valori
Durante una crisi possono diventare meno chiare le coordinate che orientavano abitualmente la propria vita. Ritrovare ciò che è importante — una relazione, la creatività, il lavoro, la libertà, la cura di qualcuno, la conoscenza o altri valori personali — può aiutare a ricostruire gradualmente una direzione. Questo non significa dover trovare un significato positivo nel trauma.
Non tutto ciò che accade deve avere un significato per poter essere elaborato. Può essere sufficiente capire, passo dopo passo, verso cosa si desidera andare nonostante ciò che è accaduto.
Condizioni ambientali sufficientemente sicure
Infine, non possiamo dimenticare ciò che accade fuori dalla persona. Se una persona continua a vivere in condizioni di forte insicurezza, violenza, precarietà o stress persistente, la possibilità di recuperare può essere fortemente limitata.
Per questo la resilienza non può essere separata dalle condizioni concrete di vita.
Il ruolo delle relazioni e dell’attaccamento
Le relazioni rappresentano uno dei contesti fondamentali attraverso cui la capacità di affrontare le difficoltà può svilupparsi e mantenersi.
Fin dalle prime esperienze di vita, infatti, impariamo a regolare paura, stress ed emozioni anche attraverso la relazione con le figure di riferimento. Quando un bambino può contare su una presenza sufficientemente prevedibile e responsiva, può gradualmente sviluppare l’aspettativa che, nei momenti di difficoltà, sia possibile trovare protezione e aiuto. Questo non significa che un attaccamento sicuro garantisca una vita priva di sofferenza. Significa piuttosto che le esperienze relazionali possono contribuire alla costruzione di modelli di sé, degli altri e delle relazioni che influenzano il modo in cui, nel tempo, affrontiamo situazioni stressanti.
La relazione come base per la regolazione
Quando siamo molto attivati, entrare in contatto con una persona percepita come sicura può contribuire a ridurre il senso di minaccia. Una conversazione con qualcuno di cui ci fidiamo può non risolvere concretamente il problema, ma può modificare il modo in cui lo percepiamo e la capacità che sentiamo di avere nell’affrontarlo.
La relazione può quindi svolgere una funzione di co-regolazione: in alcuni momenti abbiamo bisogno anche degli altri per modulare stati emotivi che non riusciamo a gestire completamente da soli.
Quando le relazioni diventano una fonte di vulnerabilità
Le relazioni, tuttavia, non sono sempre protettive. Imprevedibilità, rifiuto, trascuratezza, controllo, violenza o svalutazione ripetuta possono diventare importanti fonti di stress.
Questo è particolarmente rilevante quando le esperienze problematiche si verificano durante l’infanzia o all’interno di relazioni significative.
Una persona può così sviluppare aspettative come: “Gli altri prima o poi mi abbandoneranno.” “Se mostro i miei bisogni verrò rifiutato.”
“Devo cavarmela sempre da solo.” “Per essere amato devo adattarmi completamente all’altro.”
Questi schemi non rappresentano necessariamente verità oggettive. Possono essere modalità apprese di interpretare e affrontare le relazioni.
Il passato non determina completamente il futuro
Avere sperimentato relazioni insicure o dolorose non significa essere destinati a ripetere gli stessi schemi per tutta la vita. Le persone continuano a svilupparsi attraverso nuove esperienze.
Un’amicizia significativa, una relazione adulta sufficientemente sicura, un ambiente supportivo o un percorso psicoterapeutico possono offrire occasioni attraverso cui sperimentare modalità relazionali differenti.
Non si tratta di cancellare il passato ma piuttosto di creare nuove possibilità di esperienza e di apprendimento.
Regolazione emotiva e flessibilità psicologica
Affrontare una difficoltà non significa riuscire a controllare ogni emozione. Paura, rabbia, tristezza, vergogna o senso di impotenza possono essere risposte comprensibili quando qualcosa mette in discussione il nostro equilibrio. Una componente importante della resilienza riguarda piuttosto la possibilità di riconoscere e modulare le proprie reazioni senza esserne completamente travolti.
Regolare un’emozione significa poter riconoscere ciò che si sta provando, comprenderne almeno in parte la funzione e trovare modalità sufficientemente efficaci per attraversare quello stato. Ad esempio: Essere arrabbiati non significa necessariamente dover agire aggressivamente. Oppure: sentirsi spaventati non implica necessariamente evitare tutto ciò che fa paura. O ancora: provare tristezza non significa necessariamente isolarsi.
Tra ciò che proviamo e ciò che facciamo può esistere uno spazio nel quale diventa possibile scegliere come rispondere.
La flessibilità psicologica
Un concetto particolarmente utile è quello di flessibilità psicologica, centrale nelle terapie contestuali e nell’Acceptance and Commitment Therapy. In termini generali, la flessibilità psicologica riguarda la capacità di rimanere in contatto con ciò che accade, anche quando sono presenti emozioni o pensieri difficili, e orientare il comportamento verso ciò che è importante per la propria vita. Non significa pensare positivo o eliminare la sofferenza ma significa poter riconoscere: “Sto vivendo paura, ma posso ancora scegliere quale piccolo passo compiere. ”Oppure: “Questa esperienza mi fa soffrire, ma non voglio che sia l’unica cosa a determinare le mie scelte.”
L’accettazione, in questa prospettiva, non coincide con la rassegnazione. Accettare un’esperienza significa riconoscere che, in questo momento, quella realtà è presente, senza dover necessariamente approvarla o rinunciare a modificarla.
Anche proteggersi può essere resiliente
La flessibilità implica anche non considerare ogni evitamento come necessariamente negativo. Allontanarsi temporaneamente da una situazione realmente minacciosa può essere una risposta adattiva. Il problema può emergere quando l’evitamento diventa rigido e progressivamente restringe la vita. La domanda non è quindi semplicemente: “Sto evitando?” Ma: “Questa risposta mi sta proteggendo oppure sta restringendo sempre di più la mia possibilità di vivere?”
La resilienza consiste anche nella capacità di cambiare risposta quando le condizioni cambiano.
Stress, sistema nervoso e capacità di recupero
Per comprendere la resilienza è utile considerare non soltanto quanto intensamente il nostro organismo reagisce allo stress, ma anche quanto riesce a recuperare dopo l’attivazione. Lo stress non è necessariamente patologico. È una risposta biologica che permette di mobilitare energia e attenzione quando dobbiamo affrontare una situazione impegnativa. La difficoltà può emergere quando l’attivazione diventa troppo intensa, frequente o prolungata, soprattutto quando non esistono sufficienti possibilità di recupero. Il sistema dello stress deve poter accelerare quando necessario e rallentare quando la minaccia è terminata.In questo senso, la capacità di adattamento non riguarda soltanto l’attivazione, ma anche il ritorno progressivo verso condizioni di maggiore equilibrio.
Lo stress cronico può diventare particolarmente problematico quando una persona rimane a lungo esposta a condizioni percepite come minacciose, imprevedibili o incontrollabili. Possono comparire stanchezza, irritabilità, alterazioni del sonno, difficoltà di concentrazione, maggiore reattività emotiva o tensione. Questi segnali, però, non sono specifici dello stress e non permettono da soli di stabilirne la causa. Quando sono persistenti o significativi, è importante considerarli nel loro insieme e, se necessario, approfondirli. Anche il recupero non coincide semplicemente con il riposo. Può comprendere sonno adeguato, pause, relazioni positive, attività piacevoli e significative, movimento, routine sufficientemente stabili e la possibilità di ridurre le richieste eccessive. E soprattutto può richiedere di intervenire sulle condizioni che mantengono lo stress. Se una fonte di stress continua a essere presente, chiedere alla persona di “calmarsi” senza modificare ciò che mantiene l’allerta può essere poco realistico.
A volte la resilienza significa quindi anche cambiare una situazione, stabilire confini o allontanarsi da ciò che continua a essere dannoso.
La resilienza e il cervello: cosa sappiamo davvero?
La ricerca neuroscientifica ha cercato di comprendere quali processi biologici siano coinvolti nella capacità di adattarsi allo stress. Oggi sappiamo però che non esiste una singola area cerebrale, un ormone o un “gene della resilienza” capace di spiegare da solo perché una persona si adatti meglio di un’altra.
La resilienza neurobiologica è più correttamente descritta come il risultato dell’interazione tra sistemi coinvolti nella regolazione dello stress, delle emozioni, della motivazione e dell’adattamento. La ricerca sottolinea inoltre l’importanza di studiare questi processi longitudinalmente, considerando come cambiano nel tempo. (Kalisch et al., 2017)
Tra le strutture maggiormente studiate troviamo amigdala, corteccia prefrontale e ippocampo. L’amigdala partecipa all’elaborazione della salienza e alla rilevazione di stimoli potenzialmente minacciosi. La corteccia prefrontale è coinvolta in numerosi processi complessi, tra cui pianificazione, attenzione e regolazione del comportamento. L’ippocampo contribuisce alla memoria e alla contestualizzazione delle esperienze. Questi sistemi non funzionano isolatamente.
Per questo sarebbe scorretto ridurre la resilienza alla formula secondo cui una persona resiliente avrebbe semplicemente “un’amigdala meno attiva” o “una corteccia prefrontale più forte”.
Anche il sistema dello stress, compreso l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, è coinvolto nei processi di adattamento.
Il cortisolo, per esempio, svolge funzioni essenziali nella risposta allo stress. Non è però corretto affermare che “le persone resilienti hanno il cortisolo basso”: le risposte endocrine dipendono da numerosi fattori e possono cambiare in relazione alla fase e alla durata dello stress, al sonno, all’ora della giornata, alle condizioni fisiche e ad altri elementi.
Anche la variabilità della frequenza cardiaca (HRV) è stata studiata in relazione alla regolazione autonomica e allo stress. Può fornire informazioni interessanti sulla fisiologia, ma non è un test della resilienza.
Nel complesso, quindi, è più corretto parlare di una rete di processi biologici interconnessi che di un cervello “resiliente” contrapposto a un cervello “non resiliente”. La resilienza emerge dall’interazione tra corpo, mente, relazioni ed ambiente. (Kalisch et al., 2017)
Si può sviluppare la resilienza psicologica?
Se la resilienza non è una caratteristica fissa, è naturale chiedersi se possa essere sviluppata. In termini generali, sì.
Ma questo non significa che esista un metodo universale per “allenare la resilienza” o che sia possibile diventare immuni dalla sofferenza.
La capacità di adattamento può essere sostenuta attraverso nuove esperienze, relazioni, strategie di regolazione e condizioni ambientali più favorevoli. La prospettiva contemporanea sottolinea proprio il carattere dinamico e modificabile dei processi di adattamento. (Masten, 2019; Kalisch et al., 2017)
Imparare a riconoscere le proprie risorse
Può essere utile guardare alle difficoltà passate non soltanto chiedendosi: “Che cosa ho sbagliato?” ma anche: “Che cosa mi ha aiutato?”
“Chi c’era accanto a me?” “Quali strategie hanno funzionato?” “Quali invece hanno peggiorato la situazione?” “Che cosa mi permette di recuperare?” “Quali segnali mi indicano che sto raggiungendo il limite?”
Queste domande aiutano a trasformare la resilienza da un concetto astratto in una comprensione più personale delle proprie risorse e vulnerabilità.
Riconoscere prima il sovraccarico
Una parte importante della capacità di adattamento consiste anche nel riconoscere quando le risorse stanno diminuendo. Alterazioni del sonno, irritabilità, difficoltà di concentrazione, isolamento, aumento della tensione o perdita di interesse possono indicare che il carico sta diventando eccessivo. Non sono necessariamente “segnali di scarsa resilienza”. Possono essere segnali che invitano a modificare qualcosa prima che la situazione diventi ancora più difficile.
Costruire relazioni che sostengono
Sviluppare resilienza può significare anche riconoscere quali relazioni aiutano a sentirsi al sicuro e quali, invece, mantengono uno stato costante di allerta, svalutazione o insicurezza. A volte può essere necessario avvicinarsi maggiormente a persone affidabili. Altre volte imparare a stabilire confini. In altri casi ancora può essere importante riconoscere schemi relazionali ripetitivi. La resilienza relazionale non consiste nel sopportare più a lungo una relazione dannosa. Può significare anche imparare a proteggersi.
Sviluppare flessibilità
Un’altra possibilità consiste nell’imparare a distinguere ciò che possiamo modificare da ciò che non possiamo controllare. Quando qualcosa può essere cambiato, può essere utile chiedersi: “Qual è il piccolo passo che posso compiere?”, viceversa quando invece qualcosa non può essere modificato nell’immediato: “Come posso prendermi cura di me mentre lo attraverso?”
Questa flessibilità è spesso più realistica della ricerca di un controllo totale.
Quando chiedere aiuto non significa essere poco resilienti
Uno degli equivoci più diffusi è pensare che una persona veramente forte debba riuscire ad affrontare le difficoltà da sola. In realtà, le capacità individuali hanno dei limiti. Anche una persona abituata a gestire responsabilità, imprevisti e situazioni complesse può trovarsi, in alcuni momenti della vita, davanti a un’esperienza che supera le risorse disponibili.
Un lutto, un trauma, una separazione, una relazione molto dolorosa o un periodo prolungato di stress possono modificare profondamente il funzionamento emotivo e rendere più difficile fare ciò che normalmente sembra semplice.
Chiedere aiuto significa allora riconoscere una realtà importante:
le risorse necessarie per affrontare una difficoltà non devono necessariamente essere tutte già dentro di noi.
Possono arrivare anche dalle relazioni, dall’ambiente e dal sostegno professionale.
Può essere particolarmente utile chiedere un aiuto psicologico quando la sofferenza rimane molto intensa, tende a peggiorare o interferisce in modo significativo con la vita quotidiana.
Tra i segnali da non trascurare possono esserci:
- difficoltà persistenti nel funzionamento quotidiano;
- isolamento significativo;
- alterazioni importanti del sonno;
- ansia o tristezza molto intense;
- difficoltà persistenti nella regolazione emotiva;
- pensieri o ricordi intrusivi legati a un’esperienza traumatica;
- evitamento che limita progressivamente la propria vita;
- difficoltà relazionali sempre più frequenti;
- sensazione di non riuscire a recuperare nonostante gli sforzi.
Questi segnali non significano automaticamente che sia presente un disturbo psicologico.
Possono però indicare che non è necessario aspettare di stare ancora peggio prima di cercare sostegno.
La psicoterapia può sostenere la resilienza
La psicoterapia non serve a rendere una persona immune dalle difficoltà. Può invece offrire uno spazio nel quale comprendere ciò che sta accadendo, riconoscere le proprie modalità di risposta e costruire progressivamente nuove possibilità.
Un primo passaggio può consistere nel comprendere come abbiamo imparato ad affrontare le difficoltà. Di fronte allo stress, alcune persone tendono a controllare tutto. Altre evitano ciò che le mette in difficoltà. Altre ancora si isolano, si adattano eccessivamente ai bisogni degli altri o cercano continuamente rassicurazioni. Queste strategie non sono necessariamente nate come qualcosa di patologico.
Spesso hanno avuto, in passato, una funzione protettiva. Una modalità che in un determinato periodo della vita ha aiutato una persona a sentirsi più sicura può però diventare meno efficace in un contesto diverso.
La psicoterapia può aiutare a comprendere questa continuità tra passato e presente senza giudicare le strategie sviluppate.
Può inoltre favorire una maggiore consapevolezza dei segnali di attivazione, delle emozioni e dei bisogni, creando progressivamente uno spazio tra ciò che si prova e ciò che si fa. Quando sono presenti esperienze traumatiche, il lavoro può riguardare anche il senso di sicurezza, l’immagine di sé, le relazioni, la regolazione emotiva e l’integrazione dell’esperienza. In questi casi, parlare semplicemente di “forza interiore” rischia di essere riduttivo. L’obiettivo non è insegnare alla persona a sopportare qualsiasi cosa.
È piuttosto aumentare le possibilità di risposta, così che possa affrontare ciò che vive con maggiore consapevolezza e con risorse più adeguate. La psicoterapia, quindi, può diventare uno spazio nel quale sperimentare nuove modalità di relazione con se stessi e con gli altri, sviluppare flessibilità e costruire un equilibrio più sostenibile.
Non tutte le persone hanno bisogno dello stesso percorso.
Il lavoro terapeutico dovrebbe essere individualizzato in base alla storia della persona, alle difficoltà presenti, alle risorse disponibili e agli obiettivi del percorso.
Resilienza e crescita post-traumatica: non è necessario trovare qualcosa di positivo
Quando una persona attraversa un’esperienza profondamente dolorosa, può chiedersi se riuscirà a tornare alla vita di prima. A volte il percorso porta a un recupero del funzionamento precedente. In altri casi, invece, ciò che emerge è un nuovo equilibrio, diverso da quello di prima. È qui che può entrare in gioco la crescita post-traumatica. Alcune persone riferiscono, dopo una crisi, una maggiore consapevolezza delle proprie priorità, relazioni più significative, un diverso apprezzamento della vita o una nuova percezione delle proprie risorse. (Tedeschi & Calhoun, 2004)
Ma questo non significa che il trauma debba necessariamente produrre qualcosa di positivo. Alcune esperienze sono profondamente ingiuste, dolorose e distruttive. Non è necessario trovare un insegnamento nel dolore. Dire a una persona che ciò che ha vissuto “la renderà più forte” può essere persino invalidante, soprattutto quando la sofferenza è ancora intensa. Prima di parlare di crescita è necessario poter riconoscere il dolore. Il significato, quando arriva, viene costruito, non imposto. Integrare un’esperienza difficile non significa approvarla, dimenticarla o considerarla necessaria. Può significare riuscire gradualmente a collocarla all’interno della propria storia senza permettere che definisca completamente la propria identità. Una persona può arrivare a pensare:
“Questa esperienza mi ha ferito profondamente, ma non definisce tutto ciò che sono.” E anche quando compare una forma di crescita, sofferenza e cambiamento possono continuare a coesistere. Una persona può sentirsi più consapevole e avere ancora momenti di paura. Può aver modificato le proprie priorità e continuare a sentirsi vulnerabile. Può avere relazioni più profonde e allo stesso tempo essere più sensibile alla possibilità di perdere qualcuno. La crescita post-traumatica non è quindi il passaggio dalla sofferenza al perfetto benessere.
E soprattutto non è un obbligo.
A volte, dopo un trauma, l’obiettivo più importante è semplicemente stare meglio. Dormire nuovamente, sentirsi più al sicuro,tornare a lavorare, riuscire a stare in relazione, ridurre l’ansia, recuperare il piacere nelle attività quotidiane, sentire nuovamente di avere una direzione. Anche questi sono risultati profondamente significativi.
La resilienza non è una gara
Parlare di resilienza dovrebbe aiutarci a superare una concezione della salute psicologica basata sulla prestazione. Non esiste un modo corretto di reagire a un trauma. Alcuni possono mantenere un buon funzionamento, altri possono avere bisogno di molto tempo per recuperare. Qualcuno può sviluppare difficoltà persistenti e viceversa qualcuno può scoprire nuove risorse e nuove priorità.
Nessuna di queste traiettorie rende una persona più forte o più debole delle altre. La resilienza non consiste nel dimostrare quanto siamo capaci di sopportare. La crescita non consiste nel trasformare la sofferenza in qualcosa di positivo a tutti i costi. A volte essere resilienti significa semplicemente riuscire, passo dopo passo, a tornare a vivere.
Conclusioni: la resilienza non è forza, ma capacità di adattarsi e ritrovare equilibrio
La resilienza psicologica è un concetto molto più complesso di quanto suggerisca il suo uso nel linguaggio quotidiano. Non significa essere forti in ogni circostanza, non lasciarsi ferire dagli eventi o riuscire sempre a reagire nel modo migliore. Non significa nemmeno affrontare le difficoltà senza chiedere aiuto. La ricerca contemporanea la considera piuttosto come un processo dinamico nel quale interagiscono caratteristiche individuali, regolazione emotiva, funzionamento biologico, relazioni, ambiente e risorse disponibili. (Masten, 2019; Kalisch et al., 2017) Per questo non esiste una persona semplicemente “resiliente” e una “non resiliente”. Possiamo essere più capaci di adattarci in alcuni momenti e più vulnerabili in altri. Possiamo mantenere un buon funzionamento in un ambito della vita e incontrare grandi difficoltà in un altro. Possiamo attraversare una fase di forte sofferenza e, successivamente, recuperare.
La domanda più utile, allora, non è sempre:
“Quanto sono resiliente?” Può essere invece: “Di quali risorse dispongo oggi per affrontare ciò che sto vivendo e quali altre posso costruire?”
Questa prospettiva cambia profondamente il significato della resilienza. Non ci chiede di essere sempre forti. Non ci chiede di trasformare ogni sofferenza in un’opportunità. Non ci chiede di affrontare tutto da soli.
Ci ricorda invece che la capacità di adattamento può cambiare nel corso della vita e che, anche quando ci sentiamo profondamente destabilizzati, possono esistere nuove possibilità di recupero, relazione e cambiamento.
La resilienza, in fondo, non è la capacità di non cadere.
È la possibilità di ritrovare, dopo ciò che ci ha messo alla prova, un modo di tornare a vivere che sia nuovamente nostro.
Un passo alla volta
Se stai attraversando un periodo difficile e senti che le risorse che hai sempre utilizzato non sono più sufficienti, non è necessario affrontarlo da solo.
Un percorso psicologico può aiutarti a comprendere ciò che stai vivendo, ritrovare maggiore equilibrio e costruire, con i tuoi tempi, nuove possibilità di affrontare le difficoltà.
Se senti che potrebbe esserti utile, puoi contattarmi per parlarne insieme. Ricevo a Torino e online.
Domande frequenti sulla resilienza
Che cosa significa essere resilienti?
Essere resilienti non significa non soffrire o riuscire sempre a mantenere il controllo. La resilienza riguarda la capacità di adattarsi alle difficoltà, mantenere o recuperare un funzionamento sufficientemente adeguato e utilizzare, quando necessario, le risorse disponibili.
La resilienza è una caratteristica della personalità?
Non necessariamente. La ricerca contemporanea considera la resilienza soprattutto come un processo dinamico, influenzato dall’interazione tra caratteristiche individuali, relazioni, ambiente, condizioni di vita e risorse disponibili.
La resilienza si può sviluppare?
Sì. Le capacità e le risorse che favoriscono l’adattamento possono essere sostenute e sviluppate nel corso della vita attraverso nuove esperienze, relazioni, strategie di regolazione e condizioni ambientali più favorevoli.
Resilienza significa essere forti?
No. Una persona può essere resiliente anche quando si sente fragile, chiede aiuto, si ferma per recuperare o riconosce di non riuscire a gestire una situazione da sola.
Quali sono i principali fattori che favoriscono la resilienza?
Tra i fattori maggiormente studiati troviamo relazioni affidabili, supporto sociale, capacità di regolazione emotiva, flessibilità psicologica, possibilità di chiedere aiuto, percezione di poter agire su alcuni aspetti della propria situazione, condizioni ambientali sufficientemente sicure e possibilità di recuperare dopo lo stress.
Non esiste però una combinazione di fattori che garantisca automaticamente la resilienza.
È possibile tornare a stare bene dopo un periodo di forte sofferenza?
Sì, il recupero è possibile anche dopo periodi di significativa difficoltà, sebbene il percorso sia diverso per ogni persona.
A volte significa tornare progressivamente al funzionamento precedente; altre volte significa costruire un nuovo equilibrio, diverso da quello di prima ma più sostenibile.
Resilienza e crescita post-traumatica sono la stessa cosa?
No. La resilienza riguarda principalmente il processo di adattamento e recupero di fronte all’avversità. La crescita post-traumatica riguarda invece la possibilità di percepire alcuni cambiamenti positivi dopo il confronto con un’esperienza profondamente destabilizzante.
Una persona può essere resiliente senza sperimentare crescita post-traumatica e non è necessario trovare qualcosa di positivo in un trauma per poter stare meglio.
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