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Trauma psicologico: sintomi, effetti e percorso terapeutico

Trauma psicologico

Introduzione

Il trauma psicologico può lasciare una traccia profonda nel modo in cui una persona percepisce sé stessa, gli altri e il mondo che la circonda. Non riguarda soltanto ciò che è accaduto, ma può influenzare nel tempo il modo di vivere le emozioni, le relazioni, il sonno, il corpo e persino la memoria delle esperienze stesse.

Un incidente, una violenza, un lutto improvviso, un’esperienza medica, un abuso o una relazione caratterizzata da minaccia possono rappresentare esperienze potenzialmente traumatiche. Tra tali esperienze, rientra anche un periodo prolungato di insicurezza  può lasciare una traccia importante. Questo, però, non significa che tutte le persone reagiscano allo stesso modo o che ogni esperienza difficile conduca necessariamente allo sviluppo di un disturbo psicologico.

A volte ciò che è accaduto sembra appartenere al passato, ma continua a essere vissuto dal corpo e dalla mente come se fosse ancora presente. Possono comparire ricordi intrusivi, evitamento, ipervigilanza, vergogna, senso di colpa, difficoltà a fidarsi degli altri oppure sensazioni di distacco da sé e dalla propria esperienza.

Comprendere il trauma significa quindi imparare a riconoscere queste reazioni senza giudicarle. Significa anche cercare di comprendere quale funzione abbiano avuto e, quando necessario, individuare un percorso di supporto adeguato.

In sintesi: che cos’è il trauma psicologico?

Il trauma psicologico può essere inteso come una risposta complessa a un’esperienza vissuta come minacciosa, sconvolgente o superiore alle risorse che la persona aveva a disposizione in quel preciso momento in cui l’esperienza si è verificata.

Per questo, quando si parla di trauma, non è sufficiente guardare soltanto a ciò che è accaduto. È importante considerare anche come quella situazione è stata vissuta, quale significato ha assunto per la persona e quali risorse aveva a disposizione per affrontarla. Nel determinare se un’esperienza possa essere vissuta come traumatica o meno, possono avere un ruolo anche: l’età, la possibilità di ricevere protezione, la durata e la ripetizione della minaccia, il livello di sicurezza presente dopo l’evento e, più in generale, l’impatto che l’esperienza ha avuto sulla vita quotidiana.

Questo aiuta a comprendere perché la stessa esperienza possa avere conseguenze molto diverse da una persona all’altra. Un evento può essere estremamente destabilizzante per qualcuno e non produrre le stesse conseguenze in un’altra persona, senza che questo significhi che una delle due abbia reagito “meglio” o “peggio”.

Dopo un’esperienza traumatica possono comparire reazioni transitorie che, con il tempo, tendono a ridursi. Quando invece i sintomi persistono, aumentano oppure iniziano a interferire in modo significativo con la vita personale, lavorativa o relazionale, può essere utile chiedere una valutazione professionale.

Le linee guida NICE sottolineano infatti che il disturbo post-traumatico da stress può svilupparsi sia dopo un singolo evento sia dopo esperienze ripetute o prolungate nel tempo.  Allo stesso tempo, la presenza di reazioni immediate dopo un evento traumatico non significa necessariamente che si svilupperà un disturbo persistente.

Indice dei contenuti

  1. Che cos’è il trauma psicologico
  2. Quali sono i sintomi del trauma
  3. Cosa accade nella memoria e nel corpo dopo un trauma
  4. Trauma semplice, trauma complesso, trauma infantile e trauma relazionale
  5. Possibili spiegazioni cliniche
  6. Differenze tra trauma, stress, ansia e PTSD
  7. Cosa può aiutare
  8. I principali approcci terapeutici
  9. Quando è utile chiedere aiuto
  10. Domande frequenti
  11. Conclusione

Che cos’è il trauma psicologico?

Il trauma psicologico può emergere quando una persona si trova ad affrontare una situazione di pericolo, perdita, violenza, impotenza o minaccia che, in quel momento, non riesce a integrare pienamente nella propria esperienza.

Questo non significa essere “deboli” e non indica che la persona abbia gestito male ciò che è accaduto. Le reazioni traumatiche possono infatti essere comprese anche come tentativi dell’organismo di proteggersi e adattarsi a condizioni particolarmente difficili.

Le esperienze potenzialmente traumatiche possono essere molto diverse tra loro. Possono includere, per esempio, incidenti stradali o sul lavoro, aggressioni e violenze, abusi fisici, psicologici o sessuali, esperienze di guerra o persecuzione, catastrofi e disastri.

Possono rientrare in questa categoria anche lutti improvvisi o particolarmente sconvolgenti, malattie gravi e procedure mediche invasive, un parto vissuto come traumatico, esperienze di abbandono o minacce ripetute, episodi di bullismo e umiliazioni persistenti.

In altri casi, la traccia traumatica può svilupparsi all’interno di un’esposizione continuativa alla violenza o di relazioni caratterizzate da controllo, paura o maltrattamento.

È però preferibile parlare di esperienza potenzialmente traumatica, perché la stessa situazione può avere effetti molto diversi su persone diverse. E’ importante sottolineare che, non è quindi l’evento, considerato isolatamente, a determinare necessariamente la presenza di un trauma psicologico ma è importante considerare anche il modo in cui è stato vissuto e le conseguenze che ha avuto sulla persona.

Quali sono i sintomi del trauma?

Come sottolineato più volte, le reazioni al trauma non sono uguali per tutti e possono comparire immediatamente dopo l’evento oppure svilupparsi anche a distanza di tempo. Possono coinvolgere diversi aspetti dell’esperienza: i pensieri, le emozioni, il corpo, i comportamenti e il modo di entrare in relazione con gli altri.

Ricordi intrusivi e rivivere l’esperienza

Con l’espressione ricordi intrusivi o ” flashback ”   si intende la comparsa di ricordi che si impongono senza essere cercati. La persona può sperimentare immagini improvvise, incubi, ricordi ricorrenti o veri e propri flashback, fino ad avere la sensazione di rivivere in qualche modo ciò che è accaduto.

In tale esperienza possono rientrare anche elementi apparentemente secondari che possono riattivare una reazione intensa: un luogo, un suono, un odore o una parola associata all’esperienza possono richiamare improvvisamente il senso di minaccia. Possono inoltre comparire pensieri involontari che risultano difficili da interrompere.

In alcuni casi, il ricordo traumatico non si presenta come una storia ordinata e facilmente raccontabile. Può comparire piuttosto attraverso frammenti: un’immagine, un suono, una sensazione corporea o un’emozione improvvisa.

Secondo il modello del Processamento Adattivo dell’Informazione descritto nella documentazione EMDR, alcune esperienze possono rimanere associate a immagini, sensazioni, emozioni e convinzioni negative e riattivarsi quando, nel presente, qualcosa richiama l’esperienza originaria.

Evitamento

Con la parola Evitamento, si intende la reazione che un persona può mettere in atti di fronte a ricordi o sensazioni che provocano sofferenza. E’ comprensibile cercare di allontanarsene. La persona può quindi iniziare a evitare determinati luoghi o persone, conversazioni sull’accaduto, notizie e immagini che potrebbero riattivare il ricordo.

A volte l’evitamento può estendersi anche alle situazioni sociali, alle attività che prima erano piacevoli o persino alle proprie emozioni, ai ricordi e alle sensazioni corporee. In generale, si può arrivare a evitare tutto ciò che viene percepito come potenzialmente capace di riattivare il senso di minaccia.

Nel breve periodo, evitare ciò che fa paura può dare un sollievo importante. Nel tempo, però, questo meccanismo può contribuire a mantenere la convinzione che ciò che viene evitato sia troppo pericoloso, incontrollabile o insopportabile da affrontare.

Ipervigilanza e stato di allerta

A seguito di un’esperienza traumatica,  anche il sistema di allarme può rimanere facilmente attivabile.

La persona può sentirsi costantemente tesa, avere difficoltà a rilassarsi o dormire, diventare più irritabile e fare fatica a concentrarsi.Può inoltre reagire in modo particolarmente intenso a rumori o movimenti improvvisi, avere bisogno di controllare continuamente l’ambiente oppure vivere con la paura che possa accadere qualcosa.

Una caratteristica particolarmente significativa è che la persona può sapere razionalmente di non essere in pericolo e, allo stesso tempo, continuare a sentirsi minacciata a livello corporeo.

È come se una parte del sistema di allarme continuasse a comportarsi sulla base di ciò che è accaduto in passato, anche quando le condizioni del presente sono cambiate.

Cambiamenti emotivi e cognitivi

Il trauma può modificare anche il modo in cui la persona interpreta sé stessa, gli altri e ciò che è possibile aspettarsi dal futuro.

Possono comparire diverse emozioni come vergogna, senso di colpa, rabbia, tristezza, impotenza e paura. Oppure è possibile sperimentare un senso di estraneità, una ridotta capacità di provare piacere o pensieri negativi persistenti nei confronti di sé stesse.

Può diventare più difficile fidarsi degli altri oppure può comparire la convinzione di non essere più al sicuro. In alcuni casi anche la visione del futuro  subisce delle modifiche e può apparire difficile da immaginare in modo positivo.

Pensieri come “è stata colpa mia”, “non posso fidarmi di nessuno” oppure “sono irrimediabilmente danneggiato” possono così entrare progressivamente nel modo abituale di interpretare ciò che accade.

Dissociazione e disconnessione

Alcune persone, dopo un’esperienza traumatica, descrivono una sensazione di distacco da sé o dal mondo circostante. Possono avere l’impressione che ciò che le circonda sia irreale, oppure fare fatica a sentire il proprio corpo oppure sperimentare vuoti di memoria.

Altre volte, può esserci anche la sensazione di osservare la propria vita dall’esterno, la presenza di automatismi o una difficoltà a riconoscere e identificare ciò che si sta provando.

La dissociazione può avere una funzione protettiva durante o dopo un’esperienza particolarmente sopraffacente. In alcune circostanze, infatti, prendere distanza dall’esperienza può rappresentare un modo attraverso cui la persona riesce a proteggersi da qualcosa che in quel momento è troppo difficile da elaborare.

Quando però la dissociazione diventa frequente o intensa, può interferire con il funzionamento quotidiano e con la continuità dell’esperienza personale.

Cosa accade nella memoria e nel corpo dopo un trauma?

Quando il cervello rileva una minaccia, l’organismo può attivare automaticamente diverse risposte di sopravvivenza. Tra queste rientrano la reazione di:

  • Attacco (Fight);
  • Fuga (Flight);
  • Congelamento (Freeze);
  • Svenimento (Faint).

Non si tratta di risposte scelte consapevolmente. Sono reazioni automatiche che possono diventare particolarmente importanti quando la persona non ha la possibilità di fuggire, chiedere aiuto o avere un reale controllo sulla situazione.

Anche quando l’esperienza è terminata, però, il sistema di allarme può rimanere particolarmente sensibile. Stimoli che ricordano, anche solo indirettamente, ciò che è accaduto possono così essere interpretati come segnali di pericolo, provocando una reazione emotiva o corporea intensa anche in assenza di una minaccia reale nel presente.

Il modello EMDR descrive il trauma come un’esperienza che può rimanere “non pienamente elaborata”, mantenendo associate al ricordo immagini, emozioni, sensazioni fisiche e convinzioni negative.

È importante, tuttavia, presentare questo modello con cautela. La documentazione stessa sottolinea che i meccanismi esatti attraverso i quali l’EMDR produce i suoi effetti non sono ancora completamente chiariti. Le spiegazioni neurobiologiche possono quindi aiutare a comprendere alcuni aspetti delle reazioni traumatiche, ma non dovrebbero essere utilizzate per ridurre l’intera esperienza della persona a un semplice “malfunzionamento” del cervello.

Il trauma coinvolge infatti una storia, dei significati, delle emozioni, il corpo e il modo in cui la persona interpreta sé stessa e ciò che le accade. Comprendere questi diversi livelli può essere importante per costruire un percorso terapeutico che non si limiti alla riduzione dei sintomi, ma tenga conto dell’esperienza nella sua complessità.

Trauma semplice, trauma complesso, trauma infantile e trauma relazionale

Non tutte le esperienze traumatiche hanno la stessa natura. Il modo in cui il trauma si manifesta può dipendere, tra le altre cose, dal tipo di esperienza vissuta, dalla sua durata, dal contesto in cui è avvenuta e dal rapporto che la persona aveva con chi o ciò che rappresentava la minaccia.

Per questo, in ambito clinico, si possono incontrare diverse espressioni come trauma singolo o semplice, trauma complesso, trauma infantile e trauma relazionale. Si tratta di concetti che aiutano a descrivere esperienze differenti, ma che non devono essere utilizzati per etichettare automaticamente una persona o spiegare ogni sua difficoltà.

Trauma singolo o semplice

Il trauma singolo, talvolta definito anche “trauma semplice” in ambito clinico, riguarda generalmente un evento specifico e circoscritto.

Può trattarsi, per esempio, di un incidente, un’aggressione, una procedura medica, una rapina o un altro evento improvviso e minaccioso.

Il fatto che l’esperienza sia avvenuta una sola volta non significa però che le sue conseguenze debbano essere necessariamente limitate. Anche un singolo evento può avere un impatto significativo e lasciare una traccia profonda.

La gravità della risposta traumatica, infatti, non dipende soltanto dalla durata dell’accaduto, ma anche dal modo in cui l’esperienza è stata vissuta e dalle risorse disponibili in quel momento.

Trauma complesso

Il termine trauma complesso viene utilizzato per descrivere gli effetti di esperienze traumatiche ripetute, prolungate o di natura interpersonale, soprattutto quando si sono verificate in contesti dai quali era difficile allontanarsi.

Può riguardare, per esempio, situazioni di abuso continuativo, trascuratezza, violenza domestica, sfruttamento o prigionia. Può inoltre svilupparsi in presenza di un’esposizione prolungata a minacce oppure all’interno di relazioni caratterizzate da controllo e imprevedibilità.

In questi casi, oltre ai sintomi più direttamente legati all’esperienza traumatica, possono emergere difficoltà nella regolazione delle emozioni, nell’immagine che la persona ha di sé e nelle relazioni con gli altri.

Questo non significa, però, che ogni difficoltà emotiva o relazionale debba essere ricondotta automaticamente a un trauma complesso. Anche in questo caso è necessario considerare la storia individuale e il funzionamento complessivo della persona.

Trauma infantile

Il trauma infantile presenta alcune caratteristiche specifiche in quanto avviene in una fase specifica della vita nella quale il bambino dipende dagli adulti per ricevere protezione, aiuto nella regolazione delle emozioni e costruire un senso di sicurezza.

Esperienze traumatiche durante l’infanzia possono quindi influenzare il modo in cui, nel tempo, la persona impara a comprendere e comunicare le proprie emozioni, a fidarsi degli altri e a vivere le relazioni.

Possibili conseguenze, che naturalmente non si presentano in tutti i casi, possono includere difficoltà nel riconoscere e comunicare le emozioni, problemi di fiducia, paura dell’abbandono, ipercontrollo e difficoltà scolastiche o attentive.

Possono inoltre comparire un senso persistente di vergogna, strategie di adattamento diventate rigide nel tempo oppure difficoltà nel riconoscere e stabilire i propri confini.

È importante, tuttavia, non considerare il trauma infantile come una condanna. Le esperienze successive possono avere un ruolo significativo e relazioni sicure, sostegno sociale, risorse personali e un trattamento adeguato possono favorire cambiamenti importanti anche nel corso della vita adulta.

Trauma relazionale

Il trauma relazionale riguarda e comprende esperienze traumatiche che si sviluppano all’interno di relazioni significative.

Quando la minaccia proviene proprio da una persona dalla quale ci si aspetterebbero protezione, cura o sicurezza, può diventare più difficile costruire un senso stabile di fiducia nelle relazioni.

La persona può arrivare a desiderare profondamente la vicinanza e, allo stesso tempo, temerla. Può avere paura dell’intimità, difficoltà a fidarsi, un bisogno intenso di rassicurazione oppure un forte timore del rifiuto.

In alcuni casi può essere difficile persino riconoscere i propri bisogni. Possono inoltre comparire oscillazioni tra il desiderio di dipendere dall’altro e quello di prendere le distanze, insieme a una particolare sensibilità ai segnali di disapprovazione.

Comprendere queste reazioni in una prospettiva relazionale può aiutare a leggere alcuni comportamenti non semplicemente come “problemi di carattere”, ma come possibili strategie che la persona ha sviluppato nel tempo per cercare sicurezza e protezione.

Possibili spiegazioni cliniche

Il trauma può essere compreso da prospettive diverse, che possono integrarsi tra loro. Ognuna permette di osservare un aspetto particolare dell’esperienza traumatica: il modo in cui la persona interpreta ciò che è accaduto, il ruolo delle relazioni, le reazioni del corpo e il modo in cui il ricordo dell’esperienza viene elaborato.

Prospettiva cognitivo-comportamentale

La prospettiva cognitivo-comportamentale, concettualizza l’esperienza traumatica sostenendo che può modificare le convinzioni che la persona ha sviluppato su sé stessa, sugli altri e sul mondo. Possono cambiare anche il modo in cui viene percepito il futuro, il senso di responsabilità personale e la percezione della propria possibilità di proteggersi.

A seguito di  un trauma possono comparire, per esempio, convinzioni legate alla colpa, alla pericolosità del mondo o alla propria vulnerabilità. Anche alcuni comportamenti possono contribuire a mantenere il disagio. L’evitamento, il controllo e la ricerca continua di rassicurazione possono infatti ridurre l’ansia nel breve periodo, ma mantenere il problema nel lungo periodo.

Un percorso cognitivo-comportamentale può quindi lavorare sul riconoscimento dei fattori che attivano le reazioni traumatiche, sulla gestione dell’attivazione e sulle convinzioni legate alla colpa, alla vergogna e al pericolo.

A seconda della situazione, il lavoro può riguardare anche l’evitamento, l’esposizione graduale quando indicata, il recupero delle attività significative e lo sviluppo di un maggiore senso di efficacia personale.

Prospettiva dell’attaccamento

Quando l’esperienza traumatica si è verificata all’interno di una relazione significativa, può influenzare anche il modo in cui la persona vive la vicinanza, la distanza, la fiducia e il conflitto, ossia le dimensioni relazionali importanti.

Può diventare difficile comprendere se l’altro sia una fonte di sicurezza oppure una possibile minaccia. La persona può quindi avere bisogno di vicinanza e, contemporaneamente, temere ciò che la vicinanza comporta.

In questo contesto, la relazione terapeutica può rappresentare uno spazio nel quale sperimentare gradualmente esperienze di prevedibilità, rispetto dei confini, possibilità di scelta e affidabilità.

Può inoltre diventare un contesto nel quale imparare a riconoscere i propri bisogni e sviluppare una maggiore sicurezza nelle relazioni interpersonali.

Prospettiva psicofisiologica

Il trauma può essere associato anche a difficoltà nel passare da uno stato di allerta a uno stato di riposo. La persona può quindi accorgersi di rimanere facilmente attivata, di fare fatica a rilassarsi o di avere difficoltà a riconoscere e comprendere i segnali che provengono dal proprio corpo.

Per questo, un lavoro terapeutico può includere interventi orientati a riconoscere i segnali corporei, sviluppare strategie di grounding, aumentare la consapevolezza dell’attivazione e migliorare progressivamente la regolazione emotiva.

Può essere importante anche recuperare un rapporto più sicuro con il proprio corpo, soprattutto quando le sensazioni corporee sono diventate associate alla paura o al senso di minaccia.

Le pratiche di mindfulness e di consapevolezza corporea devono però essere adattate alla persona e alla sua storia. In presenza di dissociazione o di una forte iperattivazione, infatti, una focalizzazione troppo intensa sulle sensazioni interne può risultare inizialmente difficile o aumentare il disagio.

Prospettiva del processamento della memoria

Nella terapia EMDR, il lavoro sul trauma può comprendere l’identificazione di diversi elementi associati all’esperienza: l’immagine o la scena collegata all’evento, la convinzione negativa che la persona ha sviluppato su sé stessa, la convinzione positiva che desidererebbe poter integrare, le emozioni disturbanti e le sensazioni corporee collegate al ricordo.

Viene inoltre considerato il livello soggettivo di disagio associato al ricordo.

La procedura comprende diverse fasi, tra cui preparazione, desensibilizzazione, installazione di convinzioni più adattive, scansione corporea, chiusura e rivalutazione.

Questa descrizione non significa, però, che un trauma debba essere affrontato rapidamente o senza un’adeguata preparazione. La valutazione clinica e la capacità della persona di mantenere un sufficiente contatto con il presente rappresentano elementi essenziali del percorso.

Differenze tra trauma psicologico, stress, ansia e PTSD

Trauma, stress, ansia e disturbo post-traumatico da stress sono concetti collegati, ma non sono sinonimi. Distinguerli può essere utile per comprendere meglio ciò che si sta vivendo ed evitare di attribuire automaticamente a un trauma qualsiasi forma di malessere psicologico.

Trauma psicologico e stress

Lo stress è una risposta che può comparire quando una persona si trova ad affrontare richieste, pressioni o cambiamenti percepiti come impegnativi. Può essere temporaneo e tendere a ridursi quando la situazione che lo ha provocato viene risolta o diventa più gestibile.

La differenza principale è  che il trauma può includere una componente di stress, ma generalmente coinvolge anche un’esperienza di minaccia, impotenza, perdita di sicurezza o una difficoltà nell’integrare ciò che è accaduto.

Per questo motivo, vivere un periodo particolarmente stressante non significa necessariamente aver vissuto un trauma, così come un’esperienza traumatica può continuare ad avere conseguenze anche quando la situazione di pericolo è ormai terminata.

Trauma psicologico e ansia

L’ansia è generalmente associata alla percezione di una minaccia futura, anche quando questa non è immediata o non è concretamente presente.

Dopo un trauma, però, l’ansia può essere attivata anche da elementi del presente che ricordano, direttamente o indirettamente, l’esperienza passata. Un luogo, una persona, una situazione, una sensazione corporea o persino un particolare tono di voce possono quindi diventare stimoli capaci di riattivare una risposta di allarme.

Trauma e ansia possono naturalmente coesistere, ma non sono la stessa cosa.

Comprendere questa differenza può essere importante perché permette di osservare non soltanto quanto una persona si sente in ansia, ma anche da cosa viene attivata quella risposta e quale significato ha all’interno della sua storia.

Trauma e PTSD

Il disturbo post-traumatico da stress, o PTSD, è una condizione clinica che può svilupparsi dopo un’esperienza traumatica. Questo non significa, però, che ogni persona che attraversa un trauma sviluppi necessariamente un PTSD.

Il quadro del PTSD può comprendere diversi gruppi di sintomi. La persona può rivivere l’evento attraverso ricordi intrusivi, flashback o incubi, oppure cercare di evitare tutto ciò che potrebbe ricordarglielo.

Possono inoltre comparire alterazioni persistenti dell’umore e dei pensieri, una maggiore attivazione e reattività, difficoltà nel sonno e nella concentrazione.

Quando queste reazioni diventano persistenti e interferiscono in modo significativo con la vita quotidiana, è importante considerare una valutazione professionale.

La diagnosi di PTSD richiede infatti una valutazione clinica che tenga conto della durata, dell’intensità e del contesto dei sintomi, oltre che del loro impatto sul funzionamento personale, relazionale e lavorativo.

Cosa può aiutare?

Affrontare le conseguenze di un trauma non significa necessariamente cercare di dimenticare ciò che è accaduto. Il percorso può aiutare, piuttosto, a comprendere le proprie reazioni, ritrovare un maggiore senso di sicurezza e sviluppare modalità più flessibili per stare in relazione con sé stessi, con gli altri e con ciò che accade nel presente.

Le strategie utili possono essere diverse e dipendono dalla persona, dalla natura dell’esperienza e dall’intensità delle reazioni. Quando i sintomi sono persistenti o interferiscono significativamente con la vita quotidiana, il supporto di un professionista può essere particolarmente importante.

In una prima fase può essere utile imparare a riconoscere ciò che accade nel corpo e nella mente quando si attiva una risposta di allarme. Comprendere i propri segnali, individuare le situazioni che li provocano e osservare le strategie che vengono utilizzate per gestirli può aiutare a sviluppare una maggiore consapevolezza.

Anche imparare a orientarsi nel presente può essere importante, soprattutto quando qualcosa riattiva sensazioni o ricordi legati all’esperienza passata. Prestare attenzione a ciò che sta realmente accadendo nel momento presente può aiutare a distinguere gradualmente una minaccia attuale da una risposta collegata a ciò che è già accaduto.

In alcuni casi possono essere utili strategie di grounding, cioè pratiche che aiutano a ritrovare un maggiore contatto con il corpo e con l’ambiente circostante. Possono includere l’attenzione ai piedi appoggiati a terra, agli oggetti presenti nella stanza, ai suoni o alle sensazioni fisiche del momento.

Anche le routine quotidiane possono contribuire al recupero. Un sonno sufficientemente regolare, pause durante la giornata, movimento compatibile con le proprie condizioni, pasti regolari e momenti di contatto con persone percepite come sicure possono offrire al sistema psicofisico esperienze di maggiore prevedibilità.

Può essere utile anche recuperare, gradualmente, attività piacevoli e significative che il trauma o l’evitamento hanno portato a mettere da parte. L’obiettivo non è obbligarsi a stare bene, ma creare nuovamente uno spazio per esperienze diverse dalla paura, dal controllo e dall’allerta.

Quando il trauma ha modificato il modo di vivere le relazioni, anche la possibilità di sperimentare rapporti rispettosi e sufficientemente sicuri può avere un ruolo importante. Imparare a riconoscere i propri bisogni, stabilire confini e chiedere aiuto può diventare parte del processo di recupero.

È importante ricordare che non tutte le strategie funzionano allo stesso modo per tutte le persone. In presenza di forte iperattivazione, dissociazione o ricordi particolarmente intensi, alcune tecniche possono inizialmente risultare difficili. Per questo è utile adattare gli interventi alla storia e alle caratteristiche individuali, evitando di trasformare una singola tecnica in una soluzione universale.

I principali approcci terapeutici per il trauma psicologico

Quando le conseguenze di un’esperienza traumatica persistono nel tempo e iniziano a interferire con il benessere o con la vita quotidiana, la psicoterapia può offrire uno spazio nel quale comprendere ciò che sta accadendo e lavorare progressivamente sulle reazioni associate al trauma.

Non esiste un unico approccio adatto a tutte le persone. La scelta del trattamento dipende dalla storia individuale, dal tipo di esperienza vissuta, dai sintomi presenti, dalle risorse disponibili e dalle preferenze della persona.

Approcci trauma-focused

Le linee guida per il PTSD adulto considerano diversi interventi psicoterapeutici trauma-focused, tra cui alcune forme di terapia cognitivo-comportamentale, la cognitive processing therapy, la cognitive therapy e la prolonged exposure. Tra gli interventi considerati rientrano inoltre l’EMDR e la narrative exposure therapy, con livelli diversi di raccomandazione.

Questi approcci possono lavorare, con modalità differenti, sui ricordi traumatici, sulle convinzioni sviluppate dopo l’esperienza, sull’evitamento e sulle reazioni emotive e corporee associate a ciò che è accaduto.

Il lavoro sul trauma non significa necessariamente affrontare subito il ricordo più doloroso. In alcuni casi può essere importante dedicare inizialmente tempo alla stabilizzazione, alla comprensione delle proprie reazioni e allo sviluppo di strategie che permettano alla persona di sentirsi sufficientemente presente e al sicuro.

EMDR

L’EMDR è uno degli approcci utilizzati nel trattamento delle esperienze traumatiche e del PTSD. Il percorso può comprendere diverse fasi, dalla preparazione e stabilizzazione fino al lavoro sui ricordi traumatici e alla successiva rivalutazione.

Durante il trattamento possono essere esplorati elementi come l’immagine associata all’evento, le convinzioni negative su sé stessi, le emozioni e le sensazioni corporee collegate al ricordo.

È importante, tuttavia, non considerare l’EMDR come una tecnica automatica o universale. La sua applicazione richiede una valutazione clinica e un’adeguata preparazione della persona.

Approcci cognitivo-comportamentali

Gli approcci cognitivo-comportamentali possono concentrarsi sul modo in cui l’esperienza traumatica ha modificato le convinzioni della persona e sulle strategie che vengono utilizzate per affrontare il disagio.

Il lavoro può riguardare, per esempio, la paura, il senso di colpa, la vergogna, l’evitamento e la percezione di non essere più al sicuro. In alcuni casi può essere utilizzata anche l’esposizione graduale, quando clinicamente indicata.

L’obiettivo non è semplicemente eliminare la paura, ma aiutare la persona a sviluppare modalità più flessibili per interpretare ciò che è accaduto e affrontare ciò che accade nel presente.

Un percorso personalizzato

Nel trauma, la scelta dell’approccio terapeutico dovrebbe tenere conto della persona nella sua complessità.

Per alcune persone può essere importante lavorare inizialmente sulla regolazione dell’attivazione e sulla sicurezza; per altre può essere possibile affrontare più direttamente i ricordi traumatici. In presenza di difficoltà relazionali, dissociazione o esperienze traumatiche prolungate, può inoltre essere necessario prestare attenzione anche al modo in cui la persona vive sé stessa, il proprio corpo e le relazioni.

Il trattamento, quindi, non dovrebbe essere considerato come una procedura standard da applicare nello stesso modo a tutti, ma come un percorso che viene adattato alla storia, alle risorse e ai bisogni della persona.

Quando è utile chiedere aiuto?

Dopo un’esperienza difficile è normale attraversare un periodo nel quale possono comparire paura, tristezza, confusione, irritabilità o una maggiore sensibilità agli stimoli. Queste reazioni non significano necessariamente che si sia sviluppato un disturbo psicologico e, in molti casi, possono ridursi progressivamente con il tempo e con il ritorno a condizioni di maggiore sicurezza.

Può essere utile chiedere un supporto professionale quando, invece, le reazioni persistono, diventano più intense oppure iniziano a interferire significativamente con la vita quotidiana.

Un segnale da non trascurare è, per esempio, la sensazione di non riuscire più a vivere come prima: evitare luoghi o situazioni, avere difficoltà a dormire, sentirsi continuamente in allerta, essere tormentati da ricordi o immagini intrusive, avere difficoltà nelle relazioni o non riuscire più a svolgere normalmente il proprio lavoro o le proprie attività.

Anche quando il trauma appartiene a un passato lontano può essere utile chiedere aiuto. Non è necessario che l’esperienza sia avvenuta recentemente perché possa continuare ad avere conseguenze. A volte una persona può rendersi conto solo dopo anni che alcune difficoltà ricorrenti, soprattutto nelle relazioni, nella gestione delle emozioni o nel rapporto con sé stessa, sembrano avere un legame con ciò che ha vissuto.

In questi casi, iniziare un percorso non significa necessariamente dover raccontare immediatamente ogni dettaglio dell’esperienza traumatica. La terapia può procedere gradualmente, rispettando i tempi della persona e partendo dalla costruzione di maggiore sicurezza e consapevolezza.

Chiedere aiuto non significa quindi essere incapaci di affrontare ciò che è accaduto. Può rappresentare, al contrario, un modo per smettere di dover gestire da soli reazioni che continuano a influenzare il presente e iniziare a comprendere meglio ciò di cui si ha bisogno.

Domande frequenti sul trauma psicologico

Un’esperienza difficile significa necessariamente aver subito un trauma?

No. Un’esperienza può essere molto dolorosa o stressante senza determinare necessariamente una risposta traumatica persistente. Il modo in cui una situazione viene vissuta, le risorse disponibili e le conseguenze nel tempo sono elementi importanti da considerare.

Il trauma può manifestarsi anche a distanza di anni?

Sì. Alcune reazioni possono comparire o diventare più evidenti anche molto tempo dopo l’esperienza, soprattutto quando una situazione presente riattiva emozioni, ricordi o modalità di risposta associate a ciò che è accaduto.

È possibile avere un trauma senza ricordare chiaramente tutto?

La memoria di un’esperienza traumatica può essere vissuta in modi differenti. Alcune persone ricordano l’evento in modo molto dettagliato, mentre altre riferiscono ricordi frammentari, difficoltà nel ricostruire alcuni momenti o una maggiore presenza di immagini, sensazioni ed emozioni piuttosto che di un racconto lineare.

Una difficoltà nel ricordare, però, non è di per sé una prova della presenza di un trauma o di un evento specifico.

Il trauma può causare sintomi fisici?

Le esperienze traumatiche possono essere associate a una maggiore attivazione fisiologica e a diversi sintomi corporei, come tensione, alterazioni del sonno, palpitazioni, disturbi gastrointestinali o una maggiore sensibilità alle sensazioni fisiche.

Questo non significa che un sintomo fisico debba essere automaticamente attribuito al trauma. Quando un disturbo è nuovo, persistente o significativo, è importante considerare anche le possibili cause mediche.

Si può superare un trauma?

È possibile stare meglio e ridurre in modo significativo l’impatto che un’esperienza traumatica ha sulla propria vita. Il percorso e i tempi possono essere molto diversi da persona a persona.

L’obiettivo della terapia non è necessariamente cancellare il ricordo, ma fare in modo che ciò che è accaduto possa appartenere maggiormente al passato, senza continuare a determinare in modo automatico il modo in cui la persona vive il presente.

È necessario parlare nei dettagli dell’esperienza traumatica durante la terapia?

Non necessariamente fin dall’inizio. Un percorso terapeutico può procedere gradualmente, partendo dalla costruzione di sicurezza, dalla comprensione delle proprie reazioni e dallo sviluppo di risorse utili a gestire l’attivazione.

Quando e come affrontare direttamente il ricordo dipende dalla valutazione clinica e dalle caratteristiche della persona.

Trauma e PTSD sono la stessa cosa?

No. Il trauma indica un’esperienza o una risposta associata a un’esperienza potenzialmente traumatica. Il PTSD è invece una specifica condizione clinica, caratterizzata da un insieme di sintomi che persistono nel tempo e provocano un significativo disagio o una compromissione del funzionamento.

Aver vissuto un trauma non significa quindi necessariamente sviluppare un PTSD.

Conclusione

Il trauma psicologico non coincide soltanto con ciò che è accaduto. Riguarda anche il modo in cui quell’esperienza continua, eventualmente, a essere presente nella vita della persona.

Può manifestarsi attraverso ricordi intrusivi, evitamento, ipervigilanza, difficoltà nel sonno, sintomi corporei, cambiamenti emotivi, senso di colpa o vergogna, difficoltà nelle relazioni e una percezione di sé e del mondo profondamente modificata.

Comprendere queste reazioni può essere il primo passo per smettere di viverle come qualcosa di incomprensibile o come una propria debolezza. Spesso, infatti, ciò che oggi appare come una difficoltà può essere stato, in un altro momento della vita, un modo attraverso cui la persona ha cercato di proteggersi e adattarsi a una situazione percepita come minacciosa.

Questo non significa che tali strategie debbano continuare a determinare il presente. Con il tempo, attraverso esperienze di sicurezza, consapevolezza e, quando necessario, un percorso psicoterapeutico adeguato, è possibile sviluppare modalità più flessibili di stare con le proprie emozioni, con il proprio corpo e nelle relazioni.

L’obiettivo non è cancellare il passato né dimenticare ciò che è successo. È fare in modo che quell’esperienza possa trovare un posto nella propria storia senza continuare a vivere come se stesse accadendo ancora.

Se riconosci alcuni degli aspetti descritti in questo articolo e senti che stanno influenzando il tuo modo di vivere, le tue relazioni o il tuo benessere, parlarne con un professionista può aiutarti a comprendere meglio ciò che sta accadendo e a valutare insieme quale percorso possa essere più adatto alle tue esigenze.  Puoi contattarmi per avere informazioni o per fissare un primo incontro presso il mio studio a Torino, oppure comodamente online.

Dott.ssa Margherita Esposito

Psicologa e Psicoterapeuta

Mi occupo di giovani adulti e adulti che stanno attraversando un momento di sofferenza o disagio psicologico. Nel mio lavoro utilizzo un approccio integrato (IFS, EMDR, ACT e Mindfulness) focalizzato su traumi, ansia, stress e difficoltà relazionali.

Studio Professionale: Corso Principe Oddone 12, Torino