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Sindrome del tempo libero: quando lo stress emerge proprio nel momento del riposo

Sindrome del tempo libero

Quando finalmente arriva la pausa, ma il corpo non riesce a fermarsi

Dopo settimane o mesi trascorsi tra lavoro, impegni, responsabilità e scadenze, arriva il momento tanto atteso: il weekend, qualche giorno di ferie, una vacanza. Eppure, proprio quando gli impegni diminuiscono, qualcosa sembra cambiare. Possono comparire una stanchezza intensa, mal di testa, tensione muscolare, disturbi gastrointestinali, difficoltà a dormire o una sensazione generale di malessere.

È un’esperienza che può lasciare perplessi: perché mi sento peggio proprio quando finalmente posso riposarmi? Perché durante i periodi di lavoro riesco a “tenere duro”, mentre appena mi fermo arrivano stanchezza e altri sintomi?

In alcuni casi, questo fenomeno viene descritto con il termine leisure sickness, o sindrome del tempo libero. Non si tratta di una diagnosi medica o psicologica ufficiale, ma di un fenomeno osservato e studiato in relazione al rapporto tra stress, lavoro, recupero e tempo libero.

Comprenderlo non significa pensare che “rilassarsi faccia ammalare”. Piuttosto, può aiutarci a riflettere su cosa accade quando un organismo rimane a lungo sottoposto a richieste elevate e, improvvisamente, si trova nella condizione di poter rallentare. A volte è proprio in quel momento che diventano più evidenti la stanchezza, le sensazioni corporee e quei bisogni che, durante i periodi più intensi, erano stati messi in secondo piano.

Che cos’è la sindrome del tempo libero? La nascita del concetto di leisure sickness

Il termine leisure sickness, traducibile in italiano come “sindrome” o “malattia del tempo libero”, è stato introdotto nei primi anni Duemila dallo psicologo olandese Ad Vingerhoets e dai suoi collaboratori per descrivere un fenomeno particolare: la comparsa di disturbi fisici e malessere proprio nei momenti in cui le persone interrompono il lavoro e hanno finalmente la possibilità di riposarsi. L’interesse per questo fenomeno nasce dall’osservazione di persone che, pur riuscendo a sostenere ritmi lavorativi intensi durante la settimana, riferivano con maggiore frequenza sintomi durante i weekend o le vacanze. Nel 2002, Vingerhoets, insieme a Van Heck e altri colleghi, pubblicò uno studio esplorativo sulla prevalenza e sulle caratteristiche del fenomeno, prendendo in esame un ampio campione di persone.

È importante però chiarire che la leisure sickness non costituisce una diagnosi psichiatrica né una malattia riconosciuta dai principali sistemi diagnostici. Il termine viene utilizzato soprattutto per descrivere un’esperienza e per studiare il rapporto tra stress, lavoro, recupero e sintomi fisici. Non significa quindi che ogni malessere che compare durante le ferie sia riconducibile allo stress: un sintomo nuovo, intenso o persistente merita sempre una valutazione medica appropriata.

Il valore di questo concetto sta soprattutto nella domanda che apre: che cosa succede al nostro corpo e alla nostra mente quando passiamo improvvisamente da un periodo di elevata richiesta a uno di pausa? Per comprenderlo è necessario guardare non soltanto al momento in cui compaiono i sintomi, ma anche a ciò che è accaduto nelle settimane o nei mesi precedenti: quanto siamo stati sotto pressione, quanto spazio abbiamo lasciato al recupero e quanto siamo abituati ad ascoltare i segnali del nostro corpo.

Quali sintomi possono comparire durante il tempo libero?

Nelle persone che riconoscono in sé il fenomeno della leisure sickness, i disturbi descritti possono essere diversi e riguardare sia il livello di energia sia il corpo. Nello studio di Vingerhoets, van Huijgevoort e van Heck del 2002, tra i sintomi riportati più frequentemente comparivano mal di testa o emicrania, stanchezza, dolori muscolari e nausea; durante le vacanze venivano inoltre riferiti con una certa frequenza sintomi simili a quelli delle infezioni virali, come raffreddore e disturbi simil-influenzali.

È interessante osservare che il fenomeno non riguarda quindi soltanto la sensazione soggettiva di essere “scarichi”. In alcune persone la pausa può coincidere con una maggiore percezione di segnali corporei che durante i periodi di lavoro erano stati poco ascoltati o messi in secondo piano: la stanchezza diventa più evidente, una tensione muscolare prima ignorata può farsi sentire, oppure possono comparire disturbi gastrointestinali e malessere generale.

Naturalmente, la presenza di questi sintomi durante un weekend o una vacanza non significa automaticamente trovarsi di fronte alla leisure sickness. Mal di testa, nausea, stanchezza o sintomi influenzali possono avere moltissime cause, e quando sono nuovi, intensi o persistenti è importante non attribuirli allo stress senza una valutazione adeguata. Il valore del concetto di leisure sickness sta piuttosto nell’osservare la relazione temporale tra periodi di forte impegno e momenti di pausa, e nel chiedersi che cosa accade all’organismo quando passa da una condizione di elevata richiesta a una di recupero.

Stress cronico: quando il corpo rimane troppo a lungo in modalità allerta

Lo stress, di per sé, non è qualcosa di negativo. È una risposta fisiologica che permette all’organismo di adattarsi alle richieste dell’ambiente e di mobilitare rapidamente le risorse necessarie per affrontare una situazione impegnativa. Il problema può emergere quando le richieste si susseguono senza sufficienti momenti di recupero e i sistemi coinvolti nella risposta allo stress rimangono attivati troppo a lungo.

Hans Selye, a partire dagli anni Trenta, aveva descritto lo stress come una risposta generale dell’organismo alle richieste a cui deve adattarsi.

Negli anni successivi, il lavoro di Bruce McEwen ha contribuito a sviluppare questa prospettiva attraverso il concetto di allostasi: il corpo mantiene il proprio equilibrio non rimanendo immobile, ma modificando continuamente il proprio funzionamento in risposta alle richieste. Quando però questi meccanismi vengono attivati troppo frequentemente, troppo intensamente o rimangono accesi più del necessario, può accumularsi quello che McEwen ha definito carico allostatico, cioè il costo dell’adattamento protratto nel tempo.

Questo concetto aiuta a comprendere anche ciò che può accadere nel fenomeno della leisure sickness. Lo studio originario di Vingerhoets e colleghi aveva infatti rilevato, tra le persone che riferivano questo tipo di malessere, un elevato carico di lavoro, un forte senso di responsabilità, un alto bisogno di realizzazione e una difficoltà a rilassarsi. Gli autori sottolineavano inoltre la difficoltà di passare dalla condizione lavorativa a quella non lavorativa.

Non significa, quindi, che il corpo “decida di ammalarsi” quando finalmente ci fermiamo. Piuttosto, possiamo immaginare una persona che per lungo tempo ha continuato a funzionare in condizioni di elevata richiesta, riducendo gli spazi di recupero. Quando le richieste esterne diminuiscono, possono diventare più evidenti la stanchezza e altri segnali corporei che durante la fase di maggiore attivazione erano rimasti sullo sfondo. È una delle possibili chiavi per comprendere perché, per alcune persone, il passaggio dal lavoro alla pausa possa essere tutt’altro che immediato.

Per approfondire questo argomento, ti invito a consultare questo articolo.

Perché ci si può sentire male proprio quando ci si ferma?

Una delle caratteristiche più sorprendenti della leisure sickness è proprio la sua collocazione temporale: i sintomi possono comparire quando il lavoro finisce, appunto,  durante il weekend o nei primi giorni di vacanza. Nello studio di Vingerhoets e colleghi, le persone che riferivano questo fenomeno attribuivano spesso il problema alla difficoltà di passare dalla condizione lavorativa a quella non lavorativa, insieme all’elevato carico di lavoro, al forte senso di responsabilità e alla difficoltà a rilassarsi.

Facciamo chiarezza, questo non significa, però, che il corpo “si ammali perché finalmente si rilassa”. È una spiegazione intuitiva, ma troppo semplice. Una possibilità è che, durante periodi caratterizzati da richieste continue, la persona impari a funzionare mettendo temporaneamente in secondo piano alcuni segnali del proprio organismo: la stanchezza viene rimandata, la tensione muscolare non viene ascoltata, il sonno viene sacrificato e il bisogno di recuperare viene continuamente posticipato.

Quando le richieste diminuiscono, può cambiare anche il rapporto con queste sensazioni. Non avendo più la stessa necessità di “tenere duro” e di concentrarsi su ciò che deve essere fatto, la persona può accorgersi maggiormente della propria stanchezza o di un malessere che era già presente. In questo senso, la pausa non necessariamente crea il sintomo: può rendere più difficile non accorgersene.

Questo modo di leggere il fenomeno è compatibile con il concetto di allostasi elaborato da Bruce McEwen. I sistemi fisiologici coinvolti nell’adattamento allo stress devono poter essere attivati quando serve, ma anche ridimensionarsi e recuperare in modo adeguato. Quando l’attivazione è troppo frequente o il sistema fatica a “spegnersi” dopo lo stress, aumenta il cosiddetto carico allostatico.

Da questa prospettiva, quindi, il passaggio dalle settimane di lavoro alla vacanza non dovrebbe essere immaginato come un semplice interruttore acceso/spento. Il recupero è un processo. E per alcune persone, abituate per lungo tempo a funzionare sotto pressione, rallentare può richiedere tempo tanto quanto lo ha richiesto adattarsi a ritmi intensi.

È proprio qui che la domanda diventa psicologicamente interessante: che cosa succede quando una persona non ha soltanto bisogno di riposare, ma deve anche imparare a sentirsi a proprio agio mentre riposa?

Il sistema nervoso: perché passare dall’attivazione alla calma non è sempre immediato

Quando viviamo per lungo tempo sotto pressione, il nostro organismo deve continuamente adattarsi alle richieste dell’ambiente e pertanto, ogni sistema contribuisce a farlo, ad esempio:  il sistema nervoso autonomo partecipa a questo processo regolando funzioni fondamentali come frequenza cardiaca, respirazione, pressione sanguigna e digestione. La risposta allo stress coinvolge inoltre una rete più ampia, che comprende il sistema nervoso, il sistema endocrino e altri sistemi di regolazione fisiologica.

Per questo motivo, il recupero non dovrebbe essere immaginato come un semplice interruttore che passa improvvisamente da “acceso” a “spento”. Dopo periodi prolungati di impegno, il ritorno a uno stato di minore attivazione può richiedere tempo. Alcune persone, soprattutto quando sono abituate a vivere prevalentemente nella modalità del fare, possono accorgersi della propria stanchezza o delle proprie sensazioni corporee proprio quando diminuiscono le richieste esterne.

In questa prospettiva può essere interessante anche il contributo della teoria polivagale di Stephen Porges, che interpreta la regolazione autonomica mettendo in relazione stati fisiologici, percezione di sicurezza e comportamento. Il concetto di neurocezione, in particolare, descrive il processo attraverso cui il sistema nervoso valuta implicitamente segnali di sicurezza o di possibile minaccia, anche al di fuori della consapevolezza.

Applicato al tema del riposo, questo modello offre una possibile chiave di lettura: sentirsi fisicamente al sicuro e sapere razionalmente di essere al sicuro non sono necessariamente la stessa cosa. Una persona può trovarsi finalmente in vacanza, senza scadenze immediate e senza particolari pericoli, ma avere comunque bisogno di tempo per lasciarsi alle spalle uno stato di attivazione prolungato.

È importante, tuttavia, non trasformare questa interpretazione in una spiegazione certa della leisure sickness. La teoria polivagale è oggi oggetto di discussione e di importanti critiche sul piano neurofisiologico; per questo è più corretto utilizzarla come modello clinico e teorico per riflettere sulla regolazione e sulla percezione della sicurezza, non come prova del meccanismo attraverso cui si manifesta la sindrome del tempo libero.

Il punto, quindi, non è che il nostro corpo “non sappia rilassarsi”, ma che la capacità di recuperare è anch’essa un processo di regolazione. E quando per molto tempo siamo stati abituati a funzionare attraverso l’attivazione, rallentare può richiedere un apprendimento graduale.

Quando produttività, perfezionismo e lavoro rendono difficile fermarsi

Per alcune persone, la difficoltà a riposarsi non dipende semplicemente dal fatto di avere molte cose da fare. Può essere legata al significato che fare, essere efficienti e raggiungere obiettivi hanno assunto nel corso della propria vita. Quando il senso di valore personale è fortemente collegato alla produttività, fermarsi può diventare sorprendentemente difficile: non perché manchi il desiderio di riposare, ma perché il riposo può attivare senso di colpa, inquietudine o la sensazione di non stare facendo abbastanza.

leisure sickness e perfezionismo

È ciò che può accadere, per esempio, quando entrano in gioco alcune forme di perfezionismo. Avere standard elevati non è necessariamente problematico; può diventarlo quando il proprio valore viene percepito come dipendente dalla capacità di raggiungere determinati risultati o di non commettere errori. In questi casi, anche una giornata libera può trasformarsi in un’altra occasione in cui misurare la propria efficienza: “Avrei dovuto fare di più”, “Sto sprecando tempo”, “Dovrei approfittare meglio di questa giornata”.

Il riposo, così, rischia di perdere la sua funzione. Invece di essere un momento in cui il corpo e la mente possono recuperare, diventa qualcosa che deve essere meritato, giustificato o persino ottimizzato. E può nascere un paradosso: più una persona ha bisogno di recuperare, più fatica a concedersi realmente il permesso di farlo.

leisure sickness e workaholism

Un meccanismo simile può essere presente nelle persone che mostrano caratteristiche di workaholism, cioè una relazione con il lavoro caratterizzata non soltanto da molte ore lavorate, ma anche da una difficoltà a interrompere mentalmente l’attività lavorativa. Pensare continuamente alle responsabilità, controllare le comunicazioni anche durante le ferie o sentirsi a disagio quando non si è produttivi possono rendere difficile quella vera “disconnessione psicologica” dal lavoro che rappresenta una componente importante del recupero.

Da questo punto di vista, la domanda non è soltanto “Quanto lavoro?”, ma anche “Riesco a smettere di lavorare quando il lavoro è finito?”. Una persona può essere molto impegnata e, allo stesso tempo, mantenere una buona capacità di recupero. Al contrario, può avere periodi di lavoro relativamente normali ma continuare a portare mentalmente il lavoro con sé durante ogni momento libero.

Per questo, quando si parla di difficoltà a fermarsi, è importante non confondere impegno con patologia. Essere ambiziosi, avere obiettivi o amare il proprio lavoro non significa essere workaholic o soffrire di una sindrome del tempo libero. La questione diventa clinicamente interessante quando la persona sente di non avere più una reale possibilità di scelta: continuare a fare non è più semplicemente una preferenza, ma sembra l’unico modo per sentirsi adeguata, tranquilla o in controllo.

Ed è proprio qui che il tempo libero può diventare uno spazio particolarmente rivelatore. Quando vengono meno gli obiettivi, le scadenze e le richieste esterne, può diventare più evidente il rapporto che abbiamo costruito con noi stessi quando non stiamo facendo qualcosa.

Quando anche il tempo libero diventa una prestazione: oziofobia, cronopatia e difficoltà a stare nel non fare

Viviamo in una cultura nella quale il tempo è spesso considerato una risorsa da ottimizzare. Anche il tempo libero può così trasformarsi, senza che ce ne accorgiamo, in un altro spazio in cui raggiungere obiettivi: vedere più cose possibili, organizzare attività, essere sempre impegnati, sfruttare ogni giornata. In questo contesto, fermarsi senza uno scopo preciso può generare una sensazione di inquietudine, vuoto o persino colpa.

In ambito divulgativo è stato utilizzato il termine oziofobia per descrivere proprio la difficoltà o l’ansia associata al non avere nulla da fare. Il termine è stato reso popolare dallo psicologo spagnolo Rafael Santandreu, che lo ha utilizzato per indicare la paura o il disagio che alcune persone sperimentano quando non sono impegnate in un’attività produttiva. Non si tratta di una diagnosi psicologica ufficiale, ma di un’espressione che può essere utile per descrivere un’esperienza sempre più riconoscibile: la difficoltà di stare nel tempo senza doverlo necessariamente riempire.

Un concetto vicino, anch’esso prevalentemente divulgativo, è quello di cronopatia, utilizzato per descrivere la tendenza a vivere il tempo attraverso una continua esigenza di efficienza e ottimizzazione. Ogni momento deve avere una funzione, ogni attività deve “servire” a qualcosa e anche il riposo rischia di essere valutato in termini di rendimento: quanto sono riuscita a recuperare? Quanto ho sfruttato bene la giornata? Quante cose sono riuscita a fare durante le ferie?

Il paradosso è evidente: anche il riposo può diventare una prestazione.

In realtà, recuperare non significa necessariamente fare qualcosa che ci rilassi in modo immediato o produttivo. A volte significa semplicemente poter rallentare, lasciare spazio alla noia, ascoltare il corpo o permettere alla mente di non essere continuamente orientata verso il prossimo obiettivo. Per una persona abituata a vivere nella modalità del fare, però, questo passaggio può risultare tutt’altro che semplice.

E quando diminuiscono le attività e le distrazioni, può emergere qualcosa che durante i periodi più intensi era rimasto sullo sfondo: la propria esperienza interna. Possono diventare più riconoscibili la stanchezza, le emozioni, i pensieri rimandati, il bisogno di recuperare o anche una certa difficoltà a stare con se stessi.

Per questo imparare a riposarsi non significa necessariamente imparare a “fare meno”. Significa, più profondamente, sviluppare la possibilità di scegliere cosa fare senza essere costantemente guidati dalla necessità di essere produttivi.

Come imparare a fermarsi: il contributo della psicoterapia

Quando la difficoltà a fermarsi diventa persistente e il riposo è accompagnato da ansia, senso di colpa o una costante necessità di fare, può essere utile interrogarsi non soltanto sulle proprie abitudini, ma anche sul significato che il fare e il riposare hanno assunto nella propria esperienza. In psicoterapia, questo può diventare uno spazio per comprendere il rapporto tra stress, corpo, emozioni, bisogno di controllo e senso di valore personale.

Un approccio integrato può lavorare su diversi livelli. Attraverso strumenti dell’Acceptance and Commitment Therapy (ACT), per esempio, è possibile esplorare la relazione con pensieri come “devo essere produttivo” o “sto sprecando tempo”, sviluppando una maggiore flessibilità psicologica e la possibilità di scegliere le proprie azioni in funzione dei propri valori, anziché soltanto per ridurre il disagio. La mindfulness, invece, può aiutare a riconoscere più precocemente segnali corporei, emozioni e stati di attivazione, favorendo una maggiore consapevolezza del momento presente e dei propri bisogni.

All’interno di un percorso psicoterapeutico possono inoltre essere esplorate le esperienze che hanno contribuito a costruire il proprio rapporto con la prestazione, il controllo e il riposo. Per alcune persone, infatti, la necessità di essere sempre attive può avere radici più profonde e intrecciarsi con perfezionismo, autostima, esperienze relazionali, modalità di attaccamento o strategie sviluppate nel tempo per sentirsi adeguate e al sicuro.

L’obiettivo non è quindi semplicemente “imparare a rilassarsi”. È arrivare gradualmente a poter riconoscere i propri segnali, tollerare anche ciò che emerge quando si rallenta e costruire un rapporto più flessibile con il fare e con il non fare. Perché il recupero non dovrebbe essere qualcosa che dobbiamo meritare dopo aver fatto abbastanza, ma una parte naturale della cura di noi stessi.

Quando fermarsi diventa una forma di cura

La sindrome del tempo libero ci invita a guardare allo stress in modo diverso: non soltanto come qualcosa che accade mentre siamo impegnati, ma anche attraverso ciò che succede quando finalmente ci fermiamo. La ricerca originaria di Vingerhoets e colleghi ha messo in evidenza proprio il legame tra leisure sickness, elevato carico di lavoro, senso di responsabilità, bisogno di realizzazione e difficoltà a rilassarsi.

Imparare a fermarsi, allora, non significa semplicemente organizzare meglio le proprie vacanze o trovare più tempo libero. Può significare imparare ad ascoltare i segnali del corpo prima che diventino impossibili da ignorare, riconoscere i propri limiti e sviluppare un rapporto meno rigido con la produttività. Significa anche poter scoprire che il riposo non deve essere meritato attraverso ciò che facciamo e che il nostro valore non dipende dalla quantità di cose che riusciamo a portare a termine.

A volte, dietro la difficoltà a rallentare, non c’è una mancanza di volontà, ma una modalità di funzionamento costruita nel tempo per rispondere alle richieste della vita. Comprenderla, senza giudicarla, può essere il primo passo per modificarla.

Perché fermarsi non significa fare meno della propria vita. Significa anche darle lo spazio necessario per essere vissuta.

La sindrome del tempo libero è una vera malattia?

No, la leisure sickness non è una diagnosi medica o psicologica ufficiale. Il termine è stato utilizzato da Vingerhoets, van Huijgevoort e van Heck per descrivere la comparsa di sintomi durante weekend e vacanze. Nel loro studio del 2002, gli autori osservarono questo fenomeno in una parte del campione e ne analizzarono le caratteristiche e i possibili fattori associati.

Perché mi ammalo sempre appena iniziano le vacanze?

Non esiste una spiegazione unica e definitiva. La ricerca originaria ha evidenziato, tra le persone che riferivano leisure sickness, una maggiore presenza di elevato carico lavorativo, senso di responsabilità, bisogno di realizzazione e difficoltà a rilassarsi. È quindi possibile che il passaggio dal lavoro al tempo libero rappresenti, per alcune persone, una fase particolarmente delicata.

Perché durante la settimana riesco a funzionare e nel weekend sono completamente esausto?

Una possibilità è che durante i giorni lavorativi l’attenzione sia fortemente orientata verso compiti, responsabilità e obiettivi, lasciando meno spazio alla percezione della propria stanchezza. Quando le richieste diminuiscono, la fatica può diventare più evidente. Questo, però, non significa che ogni stanchezza del fine settimana sia causata dallo stress.

La sindrome del tempo libero è collegata al workaholism?

Può esserci una relazione, ma i due concetti non sono sinonimi. Nello studio di Vingerhoets e colleghi, la difficoltà a rilassarsi, l’elevato carico di lavoro e il forte senso di responsabilità erano tra gli elementi maggiormente associati al fenomeno. La leisure sickness non identifica quindi necessariamente una persona dipendente dal lavoro.

Il perfezionismo può rendere difficile riposarsi?

Può contribuire. Quando una persona sente di dover essere continuamente efficiente, raggiungere standard molto elevati o dimostrare il proprio valore attraverso ciò che fa, il riposo può generare senso di colpa o la sensazione di “sprecare tempo”. È però importante distinguere il normale desiderio di fare bene le cose da forme di perfezionismo che diventano rigide e fonte di sofferenza.

È possibile avere sintomi fisici durante le ferie senza che ci sia un problema psicologico?

Certamente. Mal di testa, stanchezza, nausea, disturbi gastrointestinali e altri sintomi possono avere moltissime cause. La comparsa durante le vacanze non dimostra che siano causati dallo stress. Se un sintomo è nuovo, intenso, ricorrente o persistente, è importante valutarlo con il proprio medico.

Quanto tempo serve per recuperare davvero dallo stress?

Non esiste un tempo uguale per tutti. Il recupero dipende dalla durata e dall’intensità dello stress, dalla qualità del sonno, dalle condizioni fisiche, dalle risorse personali e dalla possibilità di alternare adeguatamente impegno e recupero. Una vacanza può essere utile, ma non sempre è sufficiente a compensare mesi o anni di sovraccarico.

Quando chiedere aiuto può essere un modo per iniziare a fermarsi

Se ti riconosci nella difficoltà a rallentare, nel bisogno costante di fare o nella sensazione che il riposo non sia mai davvero sufficiente, può essere utile provare a comprendere cosa si nasconde dietro questa modalità di funzionamento.

In psicoterapia possiamo esplorare insieme il rapporto tra stress, corpo, emozioni, perfezionismo, bisogno di controllo e senso di valore personale, cercando gradualmente modalità più flessibili per stare nelle richieste della vita senza rimanere continuamente in una condizione di attivazione. Puoi contattarmi per un primo colloquio. Ricevo presso il mio studio di psicoterapia a Torino e svolgo anche percorsi online, offrendo uno spazio di ascolto e di lavoro personalizzato.

Non è necessario aspettare di sentirsi completamente esausti per iniziare ad ascoltarsi.

A volte il primo passo consiste semplicemente nel concedersi uno spazio per capire che cosa sta chiedendo il proprio corpo e di cosa si ha realmente bisogno. 

Dott.ssa Margherita Esposito

Psicologa e Psicoterapeuta

Mi occupo di giovani adulti e adulti che stanno attraversando un momento di sofferenza o disagio psicologico. Nel mio lavoro utilizzo un approccio integrato (IFS, EMDR, ACT e Mindfulness) focalizzato su traumi, ansia, stress e difficoltà relazionali.

Studio Professionale: Corso Principe Oddone 12, Torino