Vai al contenuto

Stress cronico: quando il corpo resta sempre in allerta

Stress Cronico

Ti capita di sentirti continuamente sotto pressione, anche quando apparentemente non c’è nulla di urgente da affrontare? Forse hai la sensazione di essere sempre “teso”, di non riuscire davvero a rilassarti, oppure di svegliarti già stanco come se il tuo corpo non avesse mai avuto la possibilità di recuperare.

Molte persone descrivono questa esperienza come se fossero costantemente in modalità emergenza: la mente continua a pensare, il corpo rimane contratto, il sonno non è sempre ristoratore e anche le situazioni quotidiane possono sembrare più impegnative del normale.

Quando lo stress diventa cronico, infatti, non riguarda più soltanto un periodo difficile o una fase particolarmente intensa della vita. Può trasformarsi in una condizione in cui il sistema di allarme dell’organismo rimane attivo anche quando la minaccia non è più presente.

Il corpo, però, non sta “funzionando male”. Attraverso queste risposte sta cercando di proteggerci. Il problema nasce quando un sistema pensato per aiutarci ad affrontare i pericoli rimane acceso troppo a lungo e diventa difficile ritrovare uno stato di calma e sicurezza.

Comprendere cosa accade al nostro sistema nervoso può aiutare a leggere questi segnali in modo diverso: non come un limite personale o una mancanza di forza, ma come il risultato di un complesso intreccio tra corpo, emozioni, esperienze vissute e modalità con cui abbiamo imparato nel tempo a rispondere alle difficoltà.

Che cos’è lo stress cronico?

Lo stress è una risposta naturale dell’organismo che ha una funzione fondamentale: aiutarci ad affrontare situazioni percepite come impegnative, minacciose o nuove. Quando incontriamo una difficoltà, il nostro cervello e il nostro corpo attivano una serie di processi che aumentano l’energia disponibile, migliorano l’attenzione e ci preparano ad agire.

Questa risposta è stata essenziale per la sopravvivenza: di fronte a un pericolo, il corpo può aumentare la frequenza cardiaca, modificare la respirazione, aumentare la vigilanza e orientare le proprie risorse verso la protezione. In condizioni normali, dopo che la situazione critica è terminata, l’organismo dovrebbe poter tornare gradualmente a uno stato di equilibrio.

Lo stress diventa problematico quando questa attivazione rimane presente troppo a lungo oppure quando il sistema di allarme si attiva con una frequenza maggiore rispetto alla reale presenza di una minaccia.

In altre parole, non è lo stress in sé a essere dannoso: il problema nasce quando il corpo fatica a passare dalla modalità di allerta alla modalità di recupero e sicurezza.

Questo concetto è centrale anche nella comprensione del funzionamento del sistema nervoso autonomo. Secondo la teoria polivagale elaborata da Stephen Porges, il nostro sistema nervoso non regola soltanto la risposta di attacco o fuga, ma è continuamente impegnato nel valutare, in modo spesso automatico, se l’ambiente intorno a noi è sicuro oppure minaccioso. Questo processo viene definito neurocezione: una valutazione non consapevole dei segnali di sicurezza o pericolo provenienti dal mondo esterno, dal corpo e dalle relazioni.

Secondo questo modello, quando percepiamo sicurezza il sistema nervoso può favorire uno stato di calma, connessione e apertura verso gli altri. Quando invece vengono rilevati segnali di minaccia, possono attivarsi risposte difensive come l’iperattivazione (agitazione, ansia, tensione, bisogno di controllo) oppure, in alcune situazioni, stati caratterizzati da chiusura, immobilità o senso di disconnessione.

La teoria polivagale ha contribuito a sottolineare un aspetto importante: il nostro corpo non reagisce soltanto agli eventi presenti, ma anche al modo in cui li interpreta sulla base delle esperienze precedenti. Le esperienze di vita, le relazioni significative e le situazioni che abbiamo attraversato possono influenzare il modo in cui impariamo a riconoscere sicurezza e pericolo.

Per questo motivo alcune persone possono sentirsi costantemente “in allerta” anche quando, razionalmente, sanno di non essere in una situazione di emergenza. Non significa che stiano esagerando o che il problema sia immaginario: significa che il loro sistema di protezione potrebbe essersi abituato a funzionare con una soglia di attivazione più elevata.

Il sistema nervoso quando vive in modalità allarme: cosa succede nel corpo?

Quando il nostro cervello interpreta una situazione come minacciosa, il corpo attiva una serie di risposte automatiche che hanno lo scopo di proteggerci. Questa attivazione non dipende soltanto da un pericolo concreto e immediatamente riconoscibile: può essere innescata anche da emozioni intense, ricordi dolorosi, conflitti relazionali, senso di inadeguatezza o situazioni che il nostro sistema nervoso ha imparato ad associare al rischio.

Il sistema nervoso autonomo regola molte funzioni fondamentali senza che dobbiamo controllarle volontariamente: il battito cardiaco, la respirazione, la tensione muscolare, la digestione e il livello generale di attivazione. Quando percepiamo una minaccia, il ramo simpatico può aumentare lo stato di allerta preparando il corpo ad affrontare ciò che sta accadendo.

Questa risposta può manifestarsi attraverso segnali come:

  • aumento della tensione muscolare;
  • accelerazione del battito cardiaco;
  • difficoltà a rilassarsi;
  • maggiore attenzione verso possibili problemi;
  • agitazione interna;
  • bisogno di controllare ciò che accade.

Sono risposte che, in un contesto di reale pericolo, possono essere estremamente utili. Il problema emerge quando il sistema rimane attivato anche dopo che la situazione stressante è terminata, oppure quando interpreta come minacciosi stimoli che non richiederebbero una risposta così intensa.

Un concetto utile per comprendere questo funzionamento è quello di finestra di tolleranza, elaborato nell’ambito degli studi sulla regolazione emotiva e successivamente approfondito anche nel lavoro sul trauma. La finestra di tolleranza rappresenta quella condizione in cui siamo sufficientemente attivati per affrontare ciò che accade, ma allo stesso tempo abbastanza regolati da poter riflettere, sentire le emozioni e mantenere un senso di connessione con noi stessi e con gli altri.

Quando lo stress diventa cronico, questa finestra può restringersi. Significa che può diventare più facile passare rapidamente a stati di iperattivazione, come ansia, rabbia, agitazione e pensiero incessante, oppure a stati di ipoattivazione caratterizzati da stanchezza profonda, blocco, senso di vuoto o disconnessione.

Dal punto di vista della psicoterapia del trauma, questo aspetto è particolarmente importante: alcune persone non vivono il presente soltanto per ciò che accade realmente, ma attraverso un sistema di allarme che si è formato anche sulla base delle esperienze precedenti. Quando in passato è stato necessario rimanere molto attenti ai segnali dell’ambiente, anticipare i bisogni degli altri o proteggersi da situazioni imprevedibili, questa modalità può diventare una strategia automatica anche quando non è più necessaria.

La prospettiva dell’attaccamento e il modello dei sistemi motivazionali interpersonali di Giovanni Liotti aiutano a comprendere come molte risposte di stress siano profondamente legate alla dimensione relazionale. Se ti interessa questo aspetto, ti invito a consultare questo articolo

Il nostro sistema nervoso, infatti, non si regola soltanto attraverso ciò che accade intorno a noi, ma anche attraverso la qualità delle relazioni: sentirsi accolti, compresi e al sicuro favorisce la regolazione; al contrario, esperienze ripetute di rifiuto, imprevedibilità o minaccia relazionale possono aumentare la sensibilità ai segnali di pericolo.

In questo senso, lo stress cronico non riguarda soltanto “quanto una persona ha da fare”, ma anche il modo in cui il suo organismo ha imparato nel tempo a interpretare il mondo e a proteggersi dalle difficoltà.

Il corpo che resta in allerta non sta quindi creando un problema: sta mettendo in atto una risposta che, in un determinato momento della vita, può essere stata utile. Il percorso terapeutico può aiutare a sviluppare nuove esperienze di sicurezza e a rendere il sistema nervoso più flessibile nella risposta agli eventi.

Stress cronico: quali sono i sintomi?

I sintomi dello stress cronico possono essere molto diversi tra loro, perché lo stress non coinvolge soltanto la mente, ma l’intero organismo. Quando il sistema di allarme rimane attivo nel tempo, possono comparire segnali fisici, emotivi, cognitivi e relazionali che spesso vengono vissuti come problemi separati, mentre in realtà possono essere collegati dallo stesso meccanismo di attivazione.

Molte persone arrivano in terapia raccontando di sentirsi “sempre sotto pressione”, di non riuscire a staccare davvero oppure di avere la sensazione che il proprio corpo sia diventato imprevedibile. Possono comparire stanchezza persistente, tensione, difficoltà a rilassarsi o una maggiore sensibilità agli eventi quotidiani.

Riconoscere questi segnali non significa attribuire ogni sintomo esclusivamente allo stress: ogni manifestazione fisica merita sempre una valutazione adeguata. Tuttavia, comprendere il legame tra stress cronico, sistema nervoso ed esperienza emotiva può aiutare a leggere il proprio corpo con maggiore consapevolezza.

Sintomi fisici dello stress cronico: quando il corpo comunica uno stato di allerta

Uno dei primi ambiti in cui lo stress prolungato può manifestarsi è proprio il corpo. L’attivazione continua dei sistemi di risposta allo stress può influenzare diversi processi fisiologici.

Tra i sintomi fisici più frequenti dello stress cronico troviamo:

  • tensione muscolare, soprattutto a livello di collo, spalle e mandibola;
  • sensazione di affaticamento anche dopo il riposo;
  • difficoltà del sonno o risvegli frequenti;
  • palpitazioni o percezione accentuata del battito cardiaco;
  • alterazioni della respirazione, come la sensazione di non riuscire a fare un respiro completo;
  • disturbi gastrointestinali, come gonfiore, alterazioni dell’alvo o maggiore sensibilità intestinale.

Il collegamento tra stress e corpo è particolarmente evidente nel sistema gastrointestinale. L’intestino è strettamente collegato al sistema nervoso attraverso complessi meccanismi di comunicazione bidirezionale, tanto che viene spesso definito “secondo cervello”. Periodi prolungati di stress possono influenzare la motilità intestinale, la percezione delle sensazioni corporee e la risposta agli stimoli interni.

Per alcune persone, quindi, lo stress può esprimersi attraverso il corpo prima ancora di essere riconosciuto a livello emotivo.

Sintomi cognitivi dello stress cronico: quando la mente rimane sempre attiva

Uno dei segnali più comuni dello stress cronico è la difficoltà a “spegnere” i pensieri.

La mente può rimanere impegnata nel tentativo di anticipare problemi, prevenire errori o controllare ciò che potrebbe accadere. Questo può manifestarsi attraverso:

  • rimuginio continuo;
  • preoccupazioni difficili da interrompere;
  • bisogno di prevedere ogni possibile scenario;
  • difficoltà di concentrazione;
  • sensazione di avere la mente affollata.

Da una prospettiva cognitivo-costruttivista, questi processi non sono semplicemente “pensieri sbagliati” da eliminare, ma tentativi del sistema personale di dare senso all’esperienza e mantenere un senso di sicurezza. A volte, però, strategie che in passato hanno aiutato a gestire l’incertezza possono diventare fonte di sofferenza quando vengono utilizzate in modo rigido.

Sintomi emotivi: vivere con una soglia di attivazione più alta

Quando il sistema nervoso rimane a lungo in uno stato di allerta, anche la regolazione delle emozioni può diventare più difficile.

La persona può sperimentare:

  • maggiore irritabilità;
  • ansia persistente;
  • senso di sopraffazione;
  • difficoltà a sentirsi tranquilla;
  • maggiore sensibilità alle critiche o al giudizio degli altri.

Non significa necessariamente che le emozioni siano “troppo intense”: spesso indica che il sistema nervoso sta lavorando con poche risorse disponibili per modulare ciò che viene percepito.

Sintomi relazionali: quando anche le relazioni possono diventare fonte di allarme

Lo stress cronico può influenzare anche il modo in cui ci rapportiamo agli altri.

Alcune persone possono diventare più bisognose di rassicurazioni, temere maggiormente il rifiuto o vivere i conflitti come particolarmente minacciosi. Altre possono tendere a chiudersi, isolarsi o evitare situazioni che percepiscono come troppo impegnative.

La teoria dell’attaccamento e gli studi sulla regolazione interpersonale hanno evidenziato come la sicurezza nelle relazioni abbia un ruolo importante nella capacità del sistema nervoso di tornare a uno stato di calma. La presenza di una relazione percepita come affidabile può infatti rappresentare una risorsa fondamentale per la regolazione emotiva.

Comprendere i sintomi dello stress cronico significa quindi andare oltre la semplice lista dei disturbi: significa riconoscere un organismo che sta cercando di adattarsi, spesso attraverso strategie apprese nel tempo, a una condizione percepita come difficile da gestire.

Perché lo stress cronico può mantenersi nel tempo?

Quando attraversiamo un periodo difficile, il nostro organismo possiede normalmente la capacità di attivarsi per affrontare la situazione e, successivamente, tornare gradualmente a uno stato di equilibrio. Questo processo di adattamento è fondamentale: ci permette di rispondere alle richieste della vita senza rimanere costantemente in una condizione di allerta.

Tuttavia, quando le fonti di stress si prolungano nel tempo oppure quando il sistema di regolazione non riesce più a recuperare adeguatamente, può instaurarsi una condizione di attivazione persistente. Il corpo continua a mobilitare energie come se dovesse affrontare continuamente una situazione urgente, anche quando non è presente un pericolo immediato.

In psicofisiologia questo processo viene descritto attraverso il concetto di carico allostatico: l’organismo, per adattarsi alle richieste dell’ambiente, modifica continuamente il proprio funzionamento. Questa capacità è utile e necessaria, ma quando l’adattamento diventa costante può avere un costo per il corpo e per la mente.

Non è quindi soltanto la quantità di eventi stressanti a determinare la sofferenza, ma anche la possibilità di recuperare, sentirsi al sicuro e ristabilire un equilibrio interno.

Alcune persone, ad esempio, possono attraversare periodi molto intensi riuscendo comunque a mantenere momenti di recupero e connessione; altre possono avere la sensazione di non riuscire mai veramente a “staccare”, come se il corpo continuasse a lavorare anche quando la situazione è apparentemente tranquilla.

Questo può accadere per diversi motivi:

  • un accumulo prolungato di richieste personali, lavorative o relazionali;
  • una tendenza a ignorare i segnali di stanchezza e andare avanti nonostante il bisogno di recupero;
  • modalità di pensiero caratterizzate da preoccupazione continua, perfezionismo o bisogno di controllo;
  • difficoltà nel riconoscere e regolare le proprie emozioni;
  • una ridotta capacità di passare spontaneamente da uno stato di attivazione a uno stato di calma.

Dal punto di vista psicologico, infatti, lo stress non dipende soltanto da ciò che accade, ma anche dal significato che attribuiamo agli eventi e dalle strategie che utilizziamo per affrontarli.

Secondo l’approccio cognitivo-costruttivista, ogni persona interpreta la realtà attraverso una propria organizzazione di significati costruita nel corso della vita. Quando una situazione viene percepita come minacciosa, incontrollabile o incompatibile con il proprio senso di sicurezza, il sistema può attivarsi con maggiore intensità.

Anche alcune strategie che nel breve termine sembrano aiutare possono, nel tempo, contribuire a mantenere lo stato di stress. Cercare continuamente rassicurazioni, controllare ogni dettaglio, evitare ciò che genera disagio o tentare di eliminare completamente le emozioni difficili possono infatti ridurre momentaneamente la tensione, ma impedire al sistema nervoso di sperimentare che è possibile affrontare l’incertezza senza essere in pericolo.

L’obiettivo non è quindi eliminare completamente lo stress dalla propria vita. Una certa quota di attivazione è naturale e persino utile. Il punto centrale è recuperare flessibilità: riuscire ad attivarsi quando serve, ma anche poter tornare a uno stato di calma, presenza e connessione.

Come aiutare il sistema nervoso a ritrovare equilibrio

Quando il corpo rimane a lungo in uno stato di allerta, l’obiettivo non è semplicemente “rilassarsi” o eliminare ogni forma di stress. La regolazione del sistema nervoso non significa vivere senza emozioni difficili o senza momenti di attivazione: significa sviluppare una maggiore capacità di attraversare le esperienze mantenendo un senso di stabilità e connessione con sé stessi.

Il primo passo è imparare ad ascoltare i segnali che il corpo invia. Spesso, quando siamo abituati a funzionare sotto pressione, tendiamo a ignorare la stanchezza, la tensione o il bisogno di fermarci, interpretandoli come ostacoli da superare invece che come informazioni importanti.

Sviluppare una maggiore consapevolezza corporea permette di riconoscere prima i segnali di attivazione e intervenire quando il sistema nervoso è ancora in una condizione di maggiore flessibilità.

Il ruolo della mindfulness nella regolazione dello stress cronico

Gli approcci basati sulla mindfulness, come il programma MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction), hanno evidenziato l’importanza di sviluppare una relazione diversa con le proprie esperienze interne.

Spesso, quando siamo sotto stress, non soffriamo soltanto per ciò che accade, ma anche per il modo in cui reagiamo ai nostri pensieri e alle nostre emozioni. Possiamo cercare di controllare ogni sensazione spiacevole, combattere l’ansia o giudicarci per il fatto stesso di provare paura o stanchezza.

La mindfulness aiuta invece a coltivare una posizione di osservazione: imparare a riconoscere ciò che emerge nel corpo e nella mente senza doverlo immediatamente modificare o allontanare.

Questo non significa diventare passivi davanti alla sofferenza, ma sviluppare maggiore capacità di stare con l’esperienza presente senza essere completamente trascinati dalle reazioni automatiche.

La flessibilità psicologica: un elemento centrale per uscire dal circolo dello stress cronico

Anche l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) sottolinea un aspetto importante: spesso il tentativo di eliminare completamente emozioni difficili come ansia, paura o insicurezza può diventare esso stesso una fonte di sofferenza.

Quando tutta l’energia viene utilizzata per controllare ciò che proviamo, possiamo perdere il contatto con ciò che per noi è importante.

La flessibilità psicologica consiste nella capacità di fare spazio alle esperienze interne difficili, senza lasciare che queste determinino completamente le nostre scelte. Significa poter riconoscere un’emozione, comprendere il suo significato e allo stesso tempo continuare ad agire in accordo con i propri valori.

Il ruolo della relazione terapeutica

Per molte persone che vivono uno stato di stress cronico, il cambiamento non passa soltanto attraverso la comprensione razionale di ciò che accade, ma anche attraverso nuove esperienze emotive e relazionali.

La relazione terapeutica può rappresentare uno spazio in cui sperimentare maggiore sicurezza, ascolto e comprensione. Attraverso il percorso psicologico è possibile imparare a riconoscere i propri schemi di risposta allo stress, comprendere da dove provengono e sviluppare modalità più flessibili per affrontare le difficoltà.

La psicoterapia può aiutare a integrare diversi livelli dell’esperienza: i pensieri, le emozioni, le sensazioni corporee e la storia personale. L’obiettivo non è cambiare chi siamo, ma ampliare le possibilità di risposta del nostro sistema.

Un sistema nervoso che per molto tempo è rimasto in allerta può imparare gradualmente a riconoscere nuove esperienze di sicurezza.

Quando chiedere aiuto per lo stress cronico?

Lo stress fa parte della vita e non sempre richiede un intervento psicologico. Può però essere utile chiedere supporto quando la sensazione di allerta diventa persistente e inizia a limitare il benessere quotidiano.

Può essere un segnale importante quando:

  • ti senti spesso esausto ma fai fatica a fermarti;
  • il corpo rimane costantemente teso;
  • l’ansia o le preoccupazioni occupano molto spazio nella giornata;
  • il sonno non permette un vero recupero;
  • senti di reagire in modo molto intenso alle situazioni;
  • le relazioni diventano fonte frequente di tensione o sofferenza;
  • hai la sensazione di essere sempre “in modalità sopravvivenza”.

Comprendere lo stress cronico significa riconoscere che mente e corpo non sono separati: le emozioni influenzano il nostro stato fisiologico e il modo in cui il corpo reagisce può influenzare il nostro modo di pensare e percepire il mondo.

Il corpo che rimane in allerta non è un corpo che sta fallendo. È un sistema di protezione che ha bisogno di essere ascoltato, compreso e accompagnato verso un maggiore equilibrio.

Lo stress cronico può causare stanchezza anche dopo aver dormito?

Sì, può accadere. Quando l’organismo rimane a lungo in uno stato di attivazione, il riposo può non essere sufficiente a garantire un vero recupero. La persona può dormire molte ore ma svegliarsi comunque affaticata, perché la qualità del recupero può essere influenzata da uno stato interno di tensione persistente.

La stanchezza legata allo stress cronico può essere descritta come una sensazione di “batterie scariche”, spesso accompagnata dalla difficoltà a sentirsi davvero rilassati.

Perché lo stress cronico può influire sulla digestione?

Il sistema nervoso e l’apparato digerente comunicano continuamente attraverso una complessa rete di connessioni, spesso definita asse intestino-cervello.

Quando il corpo è frequentemente impegnato nella risposta allo stress, alcune funzioni possono essere modulate, compresa la digestione. Questo può contribuire a una maggiore sensibilità intestinale, alterazioni della motilità o una percezione più intensa dei disturbi gastrointestinali.

È possibile avere stress cronico senza rendersene conto?

Sì. Alcune persone si abituano a vivere in una condizione di tensione continua e considerano normale essere sempre impegnate, preoccupate o sotto pressione.

A volte lo stress non viene percepito come ansia evidente, ma emerge attraverso segnali indiretti: stanchezza, irritabilità, difficoltà a concentrarsi, tensioni fisiche o la sensazione di non riuscire mai a fermarsi.

Lo stress cronico può aumentare la sensibilità alle emozioni?

Sì. Quando il sistema nervoso è sottoposto a richieste prolungate, può diventare più difficile modulare le reazioni emotive. Situazioni che normalmente sarebbero gestibili possono essere vissute come più intense, perché le risorse disponibili per regolare le emozioni sono ridotte.

Questo può portare a sentirsi più vulnerabili, facilmente sopraffatti o meno capaci di affrontare gli imprevisti.

Perché alcune persone reagiscono allo stress più di altre?

La risposta allo stress dipende da molti fattori: caratteristiche individuali, esperienze di vita, qualità delle relazioni, risorse personali, periodo che si sta attraversando e modalità apprese per affrontare le difficoltà.

Non esiste quindi una risposta “giusta” allo stress: ogni persona sviluppa nel tempo un proprio modo di interpretare e gestire ciò che percepisce come minaccioso o impegnativo.

Lo stress cronico può scomparire da solo?

In alcuni periodi di vita lo stress può ridursi spontaneamente quando cambiano le condizioni esterne. Tuttavia, quando lo stato di allerta è presente da molto tempo, può essere utile intervenire sui meccanismi che lo mantengono.

Prendersi cura dello stress cronico significa non solo ridurre le fonti di pressione, ma anche aiutare il sistema mente-corpo a recuperare capacità di regolazione e adattamento.

Lo stress cronico può influenzare la memoria e la concentrazione?

Sì. In condizioni di stress prolungato molte persone riferiscono difficoltà a mantenere l’attenzione, maggiore distrazione o la sensazione di avere la mente “appannata”.

Quando molte risorse cognitive vengono impiegate per monitorare problemi, preoccupazioni o possibili minacce, può diventare più difficile dedicare attenzione ad altri compiti.

Ascoltare il corpo per ritrovare sicurezza

Lo stress cronico può far sentire come se qualcosa dentro di noi fosse sempre fuori equilibrio: il corpo è teso, la mente non riesce a fermarsi e anche i momenti di tranquillità possono essere accompagnati da una sensazione di allerta.

Comprendere questi meccanismi permette però di guardare la propria esperienza da una prospettiva diversa. I sintomi non sono semplicemente qualcosa da eliminare, ma segnali attraverso cui il nostro sistema mente-corpo comunica un bisogno di attenzione e di cura.

Un corpo che rimane in allerta non è un corpo che sta fallendo. Spesso è un sistema di protezione che ha lavorato a lungo per aiutarci ad affrontare richieste, difficoltà o situazioni percepite come impegnative. Il percorso di cambiamento non consiste nel combattere queste risposte, ma nel comprenderle e sviluppare nuove possibilità di regolazione.

Attraverso una maggiore consapevolezza dei propri pensieri, delle emozioni e delle sensazioni corporee è possibile recuperare gradualmente un rapporto più equilibrato con sé stessi. La mindfulness, gli approcci orientati alla regolazione emotiva e la psicoterapia possono offrire uno spazio per comprendere ciò che mantiene lo stato di allerta e costruire nuove esperienze di sicurezza.

Prendersi cura dello stress cronico significa quindi imparare ad ascoltare il proprio corpo, riconoscere i propri bisogni e ritrovare una maggiore flessibilità nel modo di affrontare la vita.

Se senti di vivere da tempo in uno stato di tensione continua, di non riuscire a recuperare energie o di sentirti sempre “sotto pressione”, un percorso psicologico può aiutarti a comprendere ciò che accade dentro di te e a sviluppare strumenti più efficaci per ritrovare equilibrio e benessere. Per maggiori informazioni sul percorso e sulle modalità di consulenza puoi visitare la pagina

Approfondimenti

  • McEwen B. S. – studi sullo stress cronico e carico allostatico
  • Porges S. W. – teoria polivagale e regolazione del sistema nervoso
  • Kabat-Zinn J. – mindfulness e gestione dello stress
  • Van der Kolk B. – trauma e memoria corporea

Dott.ssa Margherita Esposito

Psicologa e Psicoterapeuta

Mi occupo di giovani adulti e adulti che stanno attraversando un momento di sofferenza o disagio psicologico. Nel mio lavoro utilizzo un approccio integrato (IFS, EMDR, ACT e Mindfulness) focalizzato su traumi, ansia, stress e difficoltà relazionali.

Studio Professionale: Corso Principe Oddone 12, Torino